

NAPOLI - Due ragazzini litigano in un cunicolo buio e angusto nei sotterranei della città. Poco più in là, un anziano dal viso deturpato ascolta alla radio la partita del Napoli seduto in poltrona. Il tutto in un contrasto bianconero accecante e disturbante. Sono le prime immagini di «Cretto», una delle storie a fumetti composte da Andrea Bruno e che saranno esposte nella personale che Napoli Comicon 2010 gli ha dedicato nell'anno consacrato all'esaltazione del colore nero. Fumettista e illustratore catanese, noto alle avanguardie francesi negli anni Novanta, Bruno è già vincitore del premio Micheluzzi «Nuove Strade» al Comicon del 2000 con «Black Indian Ink».
DAGLI ESORDI A «SABATO TREGUA» - Realizzata in collaborazione con la galleria Miomao di Perugia e curata da Alino, la mostra «Luce nera», allestita alla Galleria Hde a piazzetta Nilo 7, ripercorre il percorso lirico dell'artista catanese dagli albi d'esordio del Centro Fumetto Andrea Pazienza, nota fucina di talenti del fumetto italiano guidata da Michele Ginevra, ai graphic novel di denuncia pubblicati da Canicola, editore di riferimento di Andrea Bruno. Oltre a numerose storie e illustrazioni su riviste italiane e internazionali, ha pubblicato «Black Indian Ink» («Centro Fumetto Andrea Pazienza», 1999, «Amok», 2000), «Disappearer» («Coconino press», 2001), «Irriducibili» («Megaton», 2004, con Luca Bonanno), «Brodo di niente» («Canicola», 2007 / «Fremok» 2008). Ha esposto le sue tavole, per citarne alcuni, nel centro Pasolini di Agrigento, nel Picasso Museum di Luzern, nella Galleria Miomao di Perugia, nel Salon du dessin contemporain di Parigi. «Sabato tregua», che chiude la rassegna di circa sessanta disegni, è un'opera sperimentale: il grande formato dei disegni e del volume fa di questa serie quasi muta una enorme sequenza da guardare leggendo e da leggere guardando.
LA REALTA' PARALLELA DI LUCE NERA - La mostra è accompagnata da un catalogo, che riproduce tutte le opere in mostra e raccoglie i principali contributi dei testimoni del percorso di Andrea Bruno, e inaugura una nuova collana della Nicola Pesce Editore. «Luce Nera», titolo ridotto del presente volume, è l'esemplificazione dello stile di Andrea, considerato già un maestro del bianconero, che riesce a rendere significative attraverso l'uso del colore le sue storie, nonostante siano prive di uno sviluppo narrativo logico e consequenziale, con un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Nei racconti di Andrea Bruno il lettore entra in una realtà parallela per cogliere, come lui stesso dice, «quei momenti in cui sembra che la realtà ci voglia comunicare qualcosa, attraverso un linguaggio dei segni che però non sappiamo decifrare. Insomma le solite cose...».
Emilia Parisi

Il 9 Novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. A vent’anni da quello storico evento esce 1989, un libro ideato e nato in Italia per le edizioni Orecchio Acerbo con la collaborazione del Goethe-Institut Italien. Pubblicato in altri cinque Paesi europei (Francia, Germania, Polonia, Russia e Spagna) grazie all’iniziativa dell’editore italiano e del Goethe-Institut, racconta il Muro a quella generazione venuta dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania Est e Ovest.
1989 è un’antologia, curata da Michael Reynolds, di dieci racconti scritti da dieci grandi autori europei, e illustrati da Henning Wagenbreth, illustratore tra i più interessanti dell’avanguardia tedesca.
Per l’italia il racconto è un inedito di Andrea Camilleri. Gli altri autori sono: Ingo Schulze, Didier Daeninckx, Ljudmila Petrusevskaja, Elia Barceló, Heinrich Böll, Max Frisch, Jirí Kratochvil, Olga Tokarczuk e Miklós Vámos.
L’evento dà il via a una serie di numerose iniziative che si svolgeranno in tutta Italia (da Palemo a Milano) e in tutta Europa.
Si comincia da Roma e Napoli.
A Roma la mostra 1989 sarà presentata venerdi 23 ottobre alle ore 19,00 presso il Goethe Institut Roma, Via Savoia 15. La mostra dei pannelli con le illustrazioni del libro sarà completata dai manifesti che Wagenbreth aveva dedicato alla caduta del muro.
In contemporanea le illustrazioni originali di Wagenbreth saranno presentate alla Galleria HDE di Napoli, Piazzetta del Nilo, dal 20 ottobre alle ore 18,30 fino al 29 novembre. Ad entrambi questi eventi sarà presente Henning Wagenbreth.
Il libro 1989 sarà in libreria dal 21 ottobre. Euro 12,00.
Il muro come metafora
Andrea Rauch
(Appunti per la presentazione del libro, venerdi 23 ottobre presso il Goethe Institut Roma) Ogni muro è una metafora. Si può vedervi un tentativo estremo di difesa, oppure una volontà aggressiva di esclusione. Chiunque vi si può trincerare per difendersi da un nemico, vero o immaginario che sia, oppure rinchiudersi per evitare che un ‘diverso’, un alieno, penetri all’ interno e inquini una qualche nostra pretesa 'purezza'. Un muro può proteggere la mia famiglia dal freddo, può dare sicurezza, oppure può serrare le speranze e non permettere che volino via. Tutte metafore, abbiamo detto, solide, di mattoni, alte, incrollabili. Eterne?
Il muro di Berlino, dal 1961 al 1989, apparve, solidissima e cupa, realtà e metafora. Secondo Honecker poteva durare ancora cent’anni eppure si dissolse in poche ore, sotto la pressione gioiosa degli scalpelli dell’immaginario collettivo, sotto la forza di metafore opposte. Era stato eretto per dividere, per isolare, era rancoroso e tetro. La sua caduta segnò il sostanziarsi di una narrazione diversa, l’avverarsi di un sogno nuovo, vivido e solare.
Bel giorno quello del novembre 1989 quando furono date le ultime spallate a quel muro. Bel giorno quando Rostropovich piazzò tra le macerie il suo violoncello per uno straordinario canto della libertà riconquistata. Bel giorno quando i tedeschi, con la forza della nuova narrazione finalmente attivata, scoprirono di essere ancora una cosa sola, senza più né est né ovest, senza barriere, né cavalli di frisia, né vopos armati a far da sentinella.
I dieci scrittori che, per Orecchio Acerbo, hanno raccontato una loro storia e hanno dato vita alla loro particolare parabola, non nominano mai il Muro di Berlino che rimane sullo sfondo, nelle pieghe della storia. È una presenza-assenza inquieta e inquietante. Ci racconta, quella presenza assente, come la costruzione del muro può avvenire dentro di noi e portarci ad aver paura del mondo che non conosciamo né vogliamo conoscere perché sappiamo, crediamo, che tutto sia ostile e minaccioso (Andrea Camilleri); oppure ci può ricordare come aiutando qualcuno ad essere libero possiamo noi stessi liberarci dai nostri affanni e dalle nostre paure (Olga Tokarczuk); il costruttore di muri può rifugiarsi nel sogno estremo di un bambino che il suo muro lo aveva alzato con i mattoncini colorati del Lego (Didier Daeminckx); i ‘bambini’ che si trovano ad aver scodellata la pace universale tra le galassie scoprono, come un retropensiero politicamente scorretto, che, in fondo, se quegli alieni così verdi e sgradevoli se ne stessero dietro un muro non sarebbe poi un gran male…(Elia Barcelò).
Le narrazioni claustrofobiche o liberatorie, sconsolate o rassicuranti, dei dieci scrittori raccolti da Michael Reynolds, sono tutte legate dai disegni di Henning Wagenbreth che era stato ragazzo dietro quel muro e che, dunque, ce ne offre, anche lui, una sua, complessiva e definitiva, versione intima e metaforica. I disegni di Henning sono insieme convergenti e divergenti da quell’idealità culturale e storica tedesca che li genera. Risentono fortemente dell’espressionismo e della critica sociale di Otto Dix e George Grosz, le figurine si muovono con scatti legnosi nelle due dimensioni piatte della carta, eliminano, come segno stilistico, la prospettiva e il volume, o almeno paiono non preoccuparsene. Sono i disegni di un bambino disincantato che accumula mostri e indifferenze nelle sue tavole, che cerca un riscatto nell’uso ingordo del colore, che disegna i singoli elementi sempre nei loro rapporti irrisolti, in tutta evidenza disumani e lontani. Il mondo brut di Wagenbreth non concede tregua né spazio ad una visione consolatoria. Personaggi in buona misura tragici ed inquietanti in attesa forse che ci sia uno scalpello, da qualche parte, che possa abbattere anche quel loro, personale, muro d’angoscia.

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in fumo_interviste La vita che scorre nelle storie di Giandelli è soffusa di malinconia ma vibra di ricchezza sensoriale. Per questo vedere dal vivo i segni di cui sono fatte è sempre un’esperienza emozionante. Da Perugia a Napoli, in mostra le tavole di due storie e una serigrafia inedita...
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pubblicato mercoledì 18 marzo 2009 Una mostra alla Galleria MioMao di Perugia, che si trasferirà alla Galleria Hde di Napoli nei giorni di Napoli Comicon, espone le tavole di Sotto le foglie e di Hanno aspettato un po’ e poi se ne sono andate, insieme a una serigrafia realizzata per l’occasione. Ma cominciamo dall’Uomo Tatuato, il personaggio che lega le due storie di cui sono in mostra gli originali...
L’Uomo Tatuato nasce come una breve storia ispirata a una canzone di P.J. Harvey, Fountain, che avevo realizzato per la rivista musicale “Rumore”. Avevo bisogno di uno sguardo esterno che osservasse e raccontasse la storia per me. Così è nato questo personaggio con gli occhi circondati da un tatuaggio per evidenziare l’idea del guardare. Ho capito che poteva diventare il mio alter ego o, meglio, un accompagnatore. Qualcuno con cui condividere la responsabilità del racconto. Non è escluso che lo utilizzi ancora. È quello che si definisce un “angelo viaggiatore”, non ha legami, si sposta continuamente. Ma ha anche una fisicità molto evidente... Non ho mai provato a razionalizzarlo più di tanto, però ho sempre trovato protettivo il fatto che non sia qualcosa di etereo, ma abbia una fisicità e una solidità dichiaratamente maschili. La sua caratteristica è la libertà, la capacità di osservare con occhio sensibile senza rimanere troppo coinvolto in ciò che vede, senza restarvi incatenato. Che invece è proprio quello che succede agli altri personaggi, imprigionati dalle loro relazioni e dalle loro paure. Rappresenta la possibilità di andarsene, e questa è una cosa che, anche inconsciamente, associo al maschile, perché penso che nella società in cui vivo per loro sia più facile trovare spazi di libertà. Nei miei primi fumetti ho raccontato di uomini fragili e femminei nell’aspetto, probabilmente perché mi ci rispecchiavo in maniera più diretta. In Silent Blanket, ad esempio. L’uomo tatuato invece è un mio compagno di viaggio, non sono io, e mi aiuta che lui sia forte. Di fatto, come il coniglio di Interiorae, spia la vita delle persone. Eppure - è questa la cosa straordinaria - il suo sguardo è rassicurante. Non giudica.E non è mai minaccioso, anche se s’introduce nelle vite degli altri. Anche pietoso, secondo me, è implicito che lui provi tenerezza e comprensione per le persone che osserva, per le loro debolezze, i loro dolori... È bello sapere che c’è. È anche un modo di raccontare delle cose molto intime senza che diventino esibizioni di sé... Penso che l’Uomo Tatuato e il coniglio mi abbiano aiutato ad affrontare cose che hanno a che fare con la mia vita e con la mia esperienza in una maniera laterale, mantenendo un’onestà che non credo che si possa ottenere quando si lavora direttamente sull’autobiografia. Le mie storie sono finzione in cui introduco fatti successi realmente o persone e luoghi che esistono davvero. I luoghi di Sotto le foglie (il bosco, il paese, il cimitero) sono quelli in cui è cresciuta mia madre e dove io andavo in vacanza da bambina. Anche alcuni personaggi sono ispirati a parenti di mia mamma, così come un certo modo di affrontare la vita come qualcosa che va subito. Ci sono cose che mi hanno molto condizionata nella mia vita, e non direi in maniera positiva. Mi sta a cuore raccontarle, ma per farlo ho bisogno di riuscire a staccarmi e guardarle in maniera obiettiva, senza dare o darmi giustificazioni. Hai usato tecniche diverse per disegnare le due storie. È sempre difficile spiegare perché si comincia con una certa tecnica anziché con un’altra, è una scelta che prende forma insieme alla storia. Per Sotto le Foglie ho provato inizialmente con lo scratchboard, perché era un periodo che lo usavo molto, ma mi sono subito accorta che ci avrei messo troppo. La tecnica di Hanno aspettato... è strana, ho usato solo il pastello nero, cosa di cui in stampa non ci si può rendere conto, in effetti anche vedendo gli originali puoi pensare che sia china data molto pesante, ma se poi li guardi non sotto vetro allora lo capisci, perché il nero rimane più vellutato, più polveroso. Si capisce che hai un rapporto speciale con l’originale.Non riesco a pensare solo al libro stampato, mi piace il rapporto fisico che ho con il disegno. Mi affeziono alla carta, alle imperfezioni, alle parti in rilievo, alla tridimensionalità che il disegno può avere con certe tecniche. Ad esempio, agli inizi usavo tantissimo le matite colorate graffiate con le lamette. I graffi lasciavano un bordino di carta spelacchiata. Cose che in stampa non si sarebbero mai viste. E che spesso rimangono private, soltanto tue. Però il rapporto che hai con la fisicità dei materiali in qualche modo si riflette sul risultato finale. È importante anche la lentezza... Sì, la lentezza, la ricchezza dei dettagli nel disegno, il rapporto con il tempo che passa. Non potrei mai raccontare una storia in cui si arriva alle 400 pagine con un disegno veloce. E le mostre sono importanti? Sì, mi piacerebbe farne di più, se non ci fosse l’inaugurazione. Lo dico seriamente, sento che le inaugurazioni mi portano via ogni volta una fetta di vita consistente. Credo che, per quanto riguarda il mio lavoro, mettere in mostra gli originali abbia un senso, le persone possono vedere qualcosa in più rispetto alla versione stampata. Tra l’altro, adesso sto collaborando con una mia amica che ha iniziato a realizzare dei ricami partendo da alcuni dei miei disegni e stanno venendo delle cose splendide. Certamente ne faremo una mostra, ma ci vorrà tempo perché è un procedimento lunghissimo. Ti senti a tuo agio con la colorazione al computer? Non completamente, anche se ormai ho acquisito molta esperienza. La prima versione di Sotto le foglie era il mio primo tentativo, avevo tenuto sempre le tinte al 100, e una volta stampati i colori erano molto saturi, troppo. Poi, nel 2008, Coconino mi ha proposto di pubblicare finalmente la storia in Italia, ma in bicromia. Normalmente non sono contenta se mi chiedono di stampare una cosa nata a colori in un altro modo, invece stavolta mi è sembrata un’opportunità. Ho preso i file già colorati e li ho tramutati in un unico pantone, che poi ho declinato con intensità differenti. Sono molto contenta del risultato finale. Raccontavi durante l’inaugurazione che alla base di Sotto le foglie c’è anche un fatto di cronaca... È successo proprio nei boschi che conosco bene, vicino un paesello in cui andavo da ragazzina. Un uomo aveva ammazzato i genitori e li aveva messi in una grotta, insieme a degli oggetti, come a comporre un presepe. È stata una folgorazione e ho subito cominciato a mischiarla con un po’ di cose più personali che avevo in mente. È la parte più bella di quando s’inventa una storia: le cose che sembravano non avere nessuna relazione tra loro improvvisamente diventano parte di un unico puzzle. Hanno aspettato..., invece, come nasce? È diverso, più cerebrale, forse. Voleva essere una storia sulle occasioni perdute. Perry, il protagonista, si sente inchiodato a un destino, quello della sorella malata, sente il tempo che gli passa addosso e non riesce a evolvere una possibile idea di libertà, un progetto di vita. Credo che sia una sensazione molto comune, se non si è imparato presto a sentirsi liberi, ci si lascia incatenare dalle cose e dagli affetti che diventano possessività. Mentre parlavi del senso della storia, cercavo di immaginarmela senza l’Uomo Tatuato: sarebbe stata molto più triste, pesante... Sarebbe stata deprimente, non malinconica. Di recente ho visto molti film di Mike Leigh, ed è stato importante per capire alcune cose. Quando vedo i film di Loach che raccontano di storie e ambienti simili, esco con un grande peso allo stomaco, invece in quelli di Leigh c’è qualcosa che, nella crudezza di ciò che mostra, ti fa sentire anche un po’ di speranza. Una mia amica mi ha fatto notare che questo avviene perché lui conosce e ama talmente i suoi personaggi che non li riduce mai a uno stereotipo prevedibile. E allora ciò che accade può essere triste - perché la vita è triste - ma non deprimente. È questo l’effetto che vorrei che facessero i miei fumetti, non deprimere il lettore, ma lasciargli sempre qualcosa di vitale. Una questione di empatia. Una cosa che fanno spesso sia l’Uomo Tatuato che il coniglio è “guardare in macchina”. Cercano un contatto, un’intesa, con chi legge e, prima ancora, con te che li stai disegnando. Sono ciò che lega il mondo della storia a quello fuori. Un giorno, mentre stavo finendo il secondo capitolo di Interiorae, ho trovato un enorme costume da coniglio abbandonato in un parco. Bianco. Una cosa incredibile, probabilmente quando sei concentrato su qualcosa diventi più ricettivo. La vita è anche magica. |
Come Service editoriale abbiamo realizzato per Fratelli Ferraro Editori un corso di storia per la Scuola Secondaria di 1° grado. Il libro è scritto da Giovanni Delle Donne, un professore di Firenze. E' un lavoro davvero molto bello e accattivante, ideale per far amare la Storia ai bambini.