Home > Associazione > Rassegna stampa

Rassegna stampa

Il Mattino - 22 novembre 2010

Il Mattino - 22 novembre 2010 - Associazione culturale Hde

La Repubblica - 21 novembre 2010

La Repubblica - 21 novembre 2010 - Associazione culturale Hde

La Repubblica - 28 aprile 2010

A Castel Sant'Elmo è l'anno di Diabolik

La rassegna di fumetti occuperà anche gli spazi della Mostra
Kriminal, Satanik e altri personaggi horror anni '60

di ALESSANDRO DI NOCERA

Corriere del Mezzogiorno - 28 aprile 2010

la rassegna visibile dal 29 aprile al 5 giugno alla galleria hde

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/fotogallery/2010/04/lucenera/i-fumetti-andrea-bruno-1602921593071.shtml#5


Il Comicon in «Black» con «Luce nera»
La prima antologica di Andrea Bruno

La personale del fumettista catanese ripercorre tutto
il percorso artistico del giovane maestro del bianconero

 

NAPOLI - Due ragazzini litigano in un cunicolo buio e angusto nei sotterranei della città. Poco più in là, un anziano dal viso deturpato ascolta alla radio la partita del Napoli seduto in poltrona. Il tutto in un contrasto bianconero accecante e disturbante. Sono le prime immagini di «Cretto», una delle storie a fumetti composte da Andrea Bruno e che saranno esposte nella personale che Napoli Comicon 2010 gli ha dedicato nell'anno consacrato all'esaltazione del colore nero. Fumettista e illustratore catanese, noto alle avanguardie francesi negli anni Novanta, Bruno è già vincitore del premio Micheluzzi «Nuove Strade» al Comicon del 2000 con «Black Indian Ink».

 DAGLI ESORDI A «SABATO TREGUA» - Realizzata in collaborazione con la galleria Miomao di Perugia e curata da Alino, la mostra «Luce nera», allestita alla Galleria Hde a piazzetta Nilo 7, ripercorre il percorso lirico dell'artista catanese dagli albi d'esordio del Centro Fumetto Andrea Pazienza, nota fucina di talenti del fumetto italiano guidata da Michele Ginevra, ai graphic novel di denuncia pubblicati da Canicola, editore di riferimento di Andrea Bruno. Oltre a numerose storie e illustrazioni su riviste italiane e internazionali, ha pubblicato «Black Indian Ink» («Centro Fumetto Andrea Pazienza», 1999, «Amok», 2000), «Disappearer» («Coconino press», 2001), «Irriducibili» («Megaton», 2004, con Luca Bonanno), «Brodo di niente» («Canicola», 2007 / «Fremok» 2008). Ha esposto le sue tavole, per citarne alcuni, nel centro Pasolini di Agrigento, nel Picasso Museum di Luzern, nella Galleria Miomao di Perugia, nel Salon du dessin contemporain di Parigi. «Sabato tregua», che chiude la rassegna di circa sessanta disegni, è un'opera sperimentale: il grande formato dei disegni e del volume fa di questa serie quasi muta una enorme sequenza da guardare leggendo e da leggere guardando.

LA REALTA' PARALLELA DI LUCE NERA - La mostra è accompagnata da un catalogo, che riproduce tutte le opere in mostra e raccoglie i principali contributi dei testimoni del percorso di Andrea Bruno, e inaugura una nuova collana della Nicola Pesce Editore. «Luce Nera», titolo ridotto del presente volume, è l'esemplificazione dello stile di Andrea, considerato già un maestro del bianconero, che riesce a rendere significative attraverso l'uso del colore le sue storie, nonostante siano prive di uno sviluppo narrativo logico e consequenziale, con un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Nei racconti di Andrea Bruno il lettore entra in una realtà parallela per cogliere, come lui stesso dice, «quei momenti in cui sembra che la realtà ci voglia comunicare qualcosa, attraverso un linguaggio dei segni che però non sappiamo decifrare. Insomma le solite cose...».

Emilia Parisi

La Repubblica - 6 marzo 2010

L' unica occasione di sviluppo


La Repubblica - 10 marzo 2010

In un libro e una mostra cronache di sangue amaro


La Repubblica - 26 febbraio 2010

'LibriArteFatti', romanzi cult dipinti


il Mattino - 22 novembre 2009

il Mattino - 22 novembre 2009 - Associazione culturale Hde
Di sera, piazzetta Nilo è aperta: aperta la chiesa di Sant’Angelo, con il portone che invita i turisti, aperta la Galleria Hde, che ci ospita per una presentazione di un bel libro dedicato alla caduta del muro di Berlino edito da Orecchio Acerbo, «1989», aperta anche la strada che porta verso largo Corpo di Napoli, curiosamente non ingombra di persone o auto, come fra poco sarà in occasione del Natale, e aperto, necessariamente, il lato della piazza che di là va verso Mezzocannone e si slarga in piazza San Domenico Maggiore. L’illuminazione è forte e dispersa, i monumenti vorrebbero concentrarla, ma si ha più l’impressione di essere caduti in un barattolo di lucciole e che, intorno a noi, mille strie gialle, bianche, blu e rosse si muovano caotiche. È la fine di una giornata di sole in pieno autunno, il cielo è limpido su Napoli ma qui, nel cuore del cuore del centro storico, non c’è spazio per vedere stelle o rare nuvole. Abitavano qui, durante l’impero romano, gli egiziani venuti da Alessandria per fare mercato. Era un quartiere popoloso, fra i più vivaci, animato da gare sportive: si correva con le fiaccole in uno dei vicoli che oggi circondano l’Ospedale della Pace, si facevano gare di cavallo e ci si cimentava in ogni tipo di disciplina atletica. Avvenivano qui rappresentazioni teatrali: nel vicino teatro venne a esibirsi Nerone che, vuole la cronaca, interruppe la sua discutibile mise en scène chiedendo di andare a mangiare e bere e riprendendo ore dopo. I nilensi, ovvero gli alessandrini napoletani, applaudivano molto, come spesso accade a Napoli coi potenti, e Nerone ne fu assai contento, una buona ragione per non incendiare Napoli, ma Roma. Era, insomma, questo l’epicentro di infinte attività ludico-culturali, nonché commerciali. È dunque da alcuni millenni che la piazza e la zona circostante si intitola al fiume Nilo. Nel 1476, poi, durante lavori di costruzione dei vicini palazzi nobiliari, emerse dal terreno la statua che oggi staziona nel vicino largo Corpo di Napoli, ovvero una statua d’epoca alessandrina che raffigura una divinità fluviale dotata di cornucopia. Era decapitata, ma subito divenne un monumento simbolico: qui il Nilo, nella vicina Anticaglia la Capa di Napoli, ovvero la testa della sirena Partenope, e ancora qui, qualche cardo più in là, a palazzo Carafa, la testa del cavallo che era stato, ai tempi dei romani, usato come statua porta fortuna, perché a toccarne i genitali si ricavava la buona salute per le proprie bestie per tutto l’anno. In questo ventre di storia discutiamo stasera del muro di Berlino. Prima di entrare nella bella galleria di Francesca di Transo, l’Hde, mi fermo nella chiesa di Sant’Angelo a Nilo, o a Nido, come si disse poi, dal Rinascimento in avanti, la zona del Seggio nobiliare più antico e prestigioso della città. La chiesa, molto ben restaurata, conserva nascoste gioie barocche, quadri oscuri dietro gelosie dorate. Un custode, seduto in prossimità del coro, mi osserva. Mi ha preso per una turista e dopo un po’ mi dice: «Vicino all’altare a destra». Capisco e ringrazio. Voleva dire: «Signurì, non perdite tempo, il monumento di Donatello sta ’a n’ata parte». E in effetti, la fama della chiesa è tutta in questa unica opera di Donatello e dei suoi allievi, fra cui il Michelozzo, conservata in città e voluta come opera funebre dal Cardinal Brancaccio. Però, io il monumento l’ho visto infinite volte sin da bambina, non è quello che cercavo in particolare: stavo solo perdendo tempo, respirando l’aria della chiesa. Obbedisco, svolto accanto all’altare e ammiro la grande ed elegante mole delle statue perfettamente tornite, la semplicità essenziale di gesti e panneggi confrontata con il monumento funebre che gli è di fronte, barocco, sovrabbondante, multiplo - due morti con mitra in cima, uno strano monumento gemello - che affatica lo sguardo e il pensiero. Donatello lo lavorò a Pisa, Michelozzo ne parla in una sua lettera. Adesso, terminate le scuse per girovagare, lanciato un ultimo sguardo ai palazzi vicini, all’elegante palazzo Pignatelli di Toritto, uno sguardo lanciato alla vicina via Nilo dove in cima mi aspetta il Seminario dei Nobili che ha di recente restaurato la sua fastosa cappella privata, mi tocca entrare nella Galleria e rievocare il 1989. Immersi fra le illustrazioni bellissime e inquietanti di Wagenbreth, fra foreste illuminate da fuochi e traversate da carrarmati, fra case che esplodono e sale da tortura, discutiamo della percezione del cambiamento, dei muri che cadono ma non si abbattono e salta fuori anche Napoli, con i muri mezzano di colpo il passaggio e contro cui si raccontano storie con edicole e scritte, muri parlanti, muri di segregazione come ne esistono in ogni città umana: Napoli ne volle uno per isolare le prostitute, ma nessun muro era più pericoloso di questo, sorto per isolare e che invece diventava luogo di commercio, di malaffare e di aggressione, insomma tutti i muri costruiti «contro» qualcuno o qualcosa hanno lo stesso destino. Viene fuori l’idea di scavare, non lontano da dove ci troviamo, le antiche mura greche e poi angioine, abbattendo la fila di palazzi che fronteggia Piazza Cavour. Insomma, una gran fila di interventi chirurgici, di muri tedeschi, israeliani, di ghetti e di privatizzazioni. Solo Riccardo Dalisi ha il coraggio di dire: torniamo bambini, torniamo semplici, abbattiamo i muri che sono dentro di noi. Non facile, in questa città che, come ogni altra, vive abbarbicata ai propri muri: quelli degli antichi seggi nobiliari, quelli che separano quartiere da quartiere e strada da strada, muri visibili e invisibili, muri di parola o di fatto, muri di denaro, commercio, interesse politico e economico. Intorno a questi muri, come ai tempi degli alessandrini, fioriscono i commerci. E fintanto che sarà così, nessun muro verrà abbattuto o ne cadranno alcuni perché altri, più subdoli e specifici, magari virtuali, ne sorgano. Dimenticavo di dire che piazza Nilo e via Nilo erano dette anche «’Mpisi», appesi o impiccati: di qui passavano i condannati a morte o i carcerati e gli abitanti del luogo potevano vederli andare a morte o in prigione. Due vicoli più su, accanto a Palazzo Sansevero, era il vicolo dei tavutari, dei fabbricatori di casse da morto. Molte casse - zona di affari - erano destinate ai condannati. Alla fine, non è stato un caso venire a parlare qui, fra le anime trapassate con violenza, del muro, dei muri.

Antonella Cilento

la Repubblica - 19 ottobre 2009

la Repubblica - 19 ottobre 2009 - Associazione culturale Hde

Un libro e una mostra per i 20 anni della caduta del muro di Berlino

Si inaugura martedì, nella galleria Hde di piazzetta Nilo, la mostra con gli originali delle tavole dell'artista dell'avanguardia tedesca Henning Wagenbreth che illustrano il libro «1989», un volume che raccoglie 10 racconti di autori europei in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino. Al vernissage sarà presente l'autore, i cui disegni ricordano proprio lo stile dei graffiti che in tanta parte "decoravano" il muro di Berlino
GUARDA
LE TAVOLE
di Bianca De Fazio
 
Il 9 novembre di 20 anni fa cadeva il muro di Berlino. Un avvenimento celebrato in tutto il mondo occidentale. Ma da allora altri muri sono stati eretti, meno noti, talvolta nascosti, comunque carichi di odio e di un'ignoranza che separa gli uomini per razza, religione, cultura, ricchezza. Contro tutte le separazioni, contro qualsiasi intolleranza, l'editore Orecchio acerbo pubblica un libro, «1989», che riunisce 10 storie di grandi autori europei (per l'Italia c'è un inedito di Andrea Camilleri), 10 racconti scritti «per attraversare i muri». Pagine illustrate, tutte, da Henning Wagenbreth, uno dei più originali illustratori europei, rappresentante dell'avanguardia tedesca, che ha prestato la sua matita a questo che nelle intenzioni degli autori vuole essere un «enorme graffito contro l'intolleranza».

E proprio a Napoli, nella galleria Hde di piazzetta Nilo, Wagenbreth ha voluto esporre le sue tavole originali. La mostra organizzata dal Goethe Institut, che si inaugura martedì alle 18.30 alla presenza dell'autore, ospita anche altre opere dell'artista tedesco, tutte di grande impatto e disegnate con uno stile che ricorda i graffiti del muro di Berlino. E le illustrazioni originali del libro saranno arricchite da una sezione didattica che vuole coinvolgere i più giovani, le generazioni che il muro lo conoscono solo attraverso i libri di storia ed i racconti dei padri. Nelle tavole di Wagenbreth, il muro di Berlino, ma anche i confini minati Israele-Cisgiordania, quelli spinati tra Usa e Messico, quelli militarizzati tra le due Coree, tra la Cipro greca e quella turca, tra India e Pakistan, Thailandia e Malesia, Botswana e Zimbawe, o il muro tra due quartieri di Padova.

Da Napoli, con questo evento, prende il via una serie di iniziative che si svolgeranno in tutta Italia e in tutta Europa, iniziative che fanno tra l'altro il punto su quanto accaduto dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania est e ovest. Il libro «1989» è pubblicato anche in Francia, in Germania, Polonia, Russia e Spagna, nei Paesi degli altri autori del libro: Ingo Schulze, Didier Daeninckx, Ljudmila Petrusevskaja, Elia Barceló, Heinrich Böll, Max Frisch, Jirí Kratochvil, Olga Tokarczuk e Miklós Vámos.

Andrea Rauch per Socialdesignzine

home
design e cultura quotidiana
 






1989: cade il Muro

Il 9 Novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. A vent’anni da quello storico evento esce 1989, un libro ideato e nato in Italia per le edizioni Orecchio Acerbo con la collaborazione del Goethe-Institut Italien. Pubblicato in altri cinque Paesi europei (Francia, Germania, Polonia, Russia e Spagna) grazie all’iniziativa dell’editore italiano e del Goethe-Institut, racconta il Muro a quella generazione venuta dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania Est e Ovest.

1989 è un’antologia, curata da Michael Reynolds, di dieci racconti scritti da dieci grandi autori europei, e illustrati da Henning Wagenbreth, illustratore tra i più interessanti dell’avanguardia tedesca.
Per l’italia il racconto è un inedito di Andrea Camilleri. Gli altri autori sono: Ingo Schulze, Didier Daeninckx, Ljudmila Petrusevskaja, Elia Barceló, Heinrich Böll, Max Frisch, Jirí Kratochvil, Olga Tokarczuk e Miklós Vámos.

L’evento dà il via a una serie di numerose iniziative che si svolgeranno in tutta Italia (da Palemo a Milano) e in tutta Europa.
Si comincia da Roma e Napoli.

A Roma la mostra 1989 sarà presentata venerdi 23 ottobre alle ore 19,00 presso il Goethe Institut Roma, Via Savoia 15. La mostra dei pannelli con le illustrazioni del libro sarà completata dai manifesti che Wagenbreth aveva dedicato alla caduta del muro.
In contemporanea le illustrazioni originali di Wagenbreth saranno presentate alla Galleria HDE di Napoli, Piazzetta del Nilo, dal 20 ottobre alle ore 18,30 fino al 29 novembre. Ad entrambi questi eventi sarà presente Henning Wagenbreth.

Il libro 1989 sarà in libreria dal 21 ottobre. Euro 12,00.

 

 

Il muro come metafora
Andrea Rauch

(Appunti per la presentazione del libro, venerdi 23 ottobre presso il Goethe Institut Roma) Ogni muro è una metafora. Si può vedervi un tentativo estremo di difesa, oppure una volontà aggressiva di esclusione. Chiunque vi si può trincerare per difendersi da un nemico, vero o immaginario che sia, oppure rinchiudersi per evitare che un ‘diverso’, un alieno, penetri all’ interno e inquini una qualche nostra pretesa 'purezza'. Un muro può proteggere la mia famiglia dal freddo, può dare sicurezza, oppure può serrare le speranze e non permettere che volino via. Tutte metafore, abbiamo detto, solide, di mattoni, alte, incrollabili. Eterne?

Il muro di Berlino, dal 1961 al 1989, apparve, solidissima e cupa, realtà e metafora. Secondo Honecker poteva durare ancora cent’anni eppure si dissolse in poche ore, sotto la pressione gioiosa degli scalpelli dell’immaginario collettivo, sotto la forza di metafore opposte. Era stato eretto per dividere, per isolare, era rancoroso e tetro. La sua caduta segnò il sostanziarsi di una narrazione diversa, l’avverarsi di un sogno nuovo, vivido e solare.

Bel giorno quello del novembre 1989 quando furono date le ultime spallate a quel muro. Bel giorno quando Rostropovich piazzò tra le macerie il suo violoncello per uno straordinario canto della libertà riconquistata. Bel giorno quando i tedeschi, con la forza della nuova narrazione finalmente attivata, scoprirono di essere ancora una cosa sola, senza più né est né ovest, senza barriere, né cavalli di frisia, né vopos armati a far da sentinella.

I dieci scrittori che, per Orecchio Acerbo, hanno raccontato una loro storia e hanno dato vita alla loro particolare parabola, non nominano mai il Muro di Berlino che rimane sullo sfondo, nelle pieghe della storia. È una presenza-assenza inquieta e inquietante. Ci racconta, quella presenza assente, come la costruzione del muro può avvenire dentro di noi e portarci ad aver paura del mondo che non conosciamo né vogliamo conoscere perché sappiamo, crediamo, che tutto sia ostile e minaccioso (Andrea Camilleri); oppure ci può ricordare come aiutando qualcuno ad essere libero possiamo noi stessi liberarci dai nostri affanni e dalle nostre paure (Olga Tokarczuk); il costruttore di muri può rifugiarsi nel sogno estremo di un bambino che il suo muro lo aveva alzato con i mattoncini colorati del Lego (Didier Daeminckx); i ‘bambini’ che si trovano ad aver scodellata la pace universale tra le galassie scoprono, come un retropensiero politicamente scorretto, che, in fondo, se quegli alieni così verdi e sgradevoli se ne stessero dietro un muro non sarebbe poi un gran male…(Elia Barcelò).

Le narrazioni claustrofobiche o liberatorie, sconsolate o rassicuranti, dei dieci scrittori raccolti da Michael Reynolds, sono tutte legate dai disegni di Henning Wagenbreth che era stato ragazzo dietro quel muro e che, dunque, ce ne offre, anche lui, una sua, complessiva e definitiva, versione intima e metaforica. I disegni di Henning sono insieme convergenti e divergenti da quell’idealità culturale e storica tedesca che li genera. Risentono fortemente dell’espressionismo e della critica sociale di Otto Dix e George Grosz, le figurine si muovono con scatti legnosi nelle due dimensioni piatte della carta, eliminano, come segno stilistico, la prospettiva e il volume, o almeno paiono non preoccuparsene. Sono i disegni di un bambino disincantato che accumula mostri e indifferenze nelle sue tavole, che cerca un riscatto nell’uso ingordo del colore, che disegna i singoli elementi sempre nei loro rapporti irrisolti, in tutta evidenza disumani e lontani. Il mondo brut di Wagenbreth non concede tregua né spazio ad una visione consolatoria. Personaggi in buona misura tragici ed inquietanti in attesa forse che ci sia uno scalpello, da qualche parte, che possa abbattere anche quel loro, personale, muro d’angoscia.

Roma - 22 ottobre 2009

Roma - 22 ottobre 2009 - Associazione culturale Hde
roma 22 ottobre roma 22 ottobre [3.635 Kb]

il Mattino - 20 ottobre 2009

il Mattino - 20 ottobre 2009 - Associazione culturale Hde

La Repubblica - 19 ottobre 2009

La Repubblica - 19 ottobre 2009 - Associazione culturale Hde

Un libro e una mostra per i 20 anni della caduta del muro di Berlino

Si inaugura martedì, nella galleria Hde di piazzetta Nilo, la mostra con gli originali delle tavole dell'artista dell'avanguardia tedesca Henning Wagenbreth che illustrano il libro «1989», un volume che raccoglie 10 racconti di autori europei in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino. Al vernissage sarà presente l'autore, i cui disegni ricordano proprio lo stile dei graffiti che in tanta parte "decoravano" il muro di Berlino
GUARDA LE TAVOLE
di Bianca De Fazio
 
 
Il 9 novembre di 20 anni fa cadeva il muro di Berlino. Un avvenimento celebrato in tutto il mondo occidentale. Ma da allora altri muri sono stati eretti, meno noti, talvolta nascosti, comunque carichi di odio e di un'ignoranza che separa gli uomini per razza, religione, cultura, ricchezza. Contro tutte le separazioni, contro qualsiasi intolleranza, l'editore Orecchio acerbo pubblica un libro, «1989», che riunisce 10 storie di grandi autori europei (per l'Italia c'è un inedito di Andrea Camilleri), 10 racconti scritti «per attraversare i muri». Pagine illustrate, tutte, da Henning Wagenbreth, uno dei più originali illustratori europei, rappresentante dell'avanguardia tedesca, che ha prestato la sua matita a questo che nelle intenzioni degli autori vuole essere un «enorme graffito contro l'intolleranza».

E proprio a Napoli, nella galleria Hde di piazzetta Nilo, Wagenbreth ha voluto esporre le sue tavole originali. La mostra organizzata dal Goethe Institut, che si inaugura martedì alle 18.30 alla presenza dell'autore, ospita anche altre opere dell'artista tedesco, tutte di grande impatto e disegnate con uno stile che ricorda i graffiti del muro di Berlino. E le illustrazioni originali del libro saranno arricchite da una sezione didattica che vuole coinvolgere i più giovani, le generazioni che il muro lo conoscono solo attraverso i libri di storia ed i racconti dei padri. Nelle tavole di Wagenbreth, il muro di Berlino, ma anche i confini minati Israele-Cisgiordania, quelli spinati tra Usa e Messico, quelli militarizzati tra le due Coree, tra la Cipro greca e quella turca, tra India e Pakistan, Thailandia e Malesia, Botswana e Zimbawe, o il muro tra due quartieri di Padova.

Da Napoli, con questo evento, prende il via una serie di iniziative che si svolgeranno in tutta Italia e in tutta Europa, iniziative che fanno tra l'altro il punto su quanto accaduto dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania est e ovest. Il libro «1989» è pubblicato anche in Francia, in Germania, Polonia, Russia e Spagna, nei Paesi degli altri autori del libro: Ingo Schulze, Didier Daeninckx, Ljudmila Petrusevskaja, Elia Barceló, Heinrich Böll, Max Frisch, Jirí Kratochvil, Olga Tokarczuk e Miklós Vámos.
 
(19 ottobre 2009)

Corriere del Mezzogiorno - 17 ottobre 2009

Corriere del Mezzogiorno - 17 ottobre 2009 - Associazione culturale Hde

Il Mattino - 27 aprile 2009

Il Mattino - 27 aprile 2009 - Associazione culturale Hde

Intervista a Gabriella Giandelli su www.exibart.com

Per la versione originale con immagini :
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=26843&IDCategoria=1

in fumo_interviste
Gabriella Giandelli

La vita che scorre nelle storie di Giandelli è soffusa di malinconia ma vibra di ricchezza sensoriale. Per questo vedere dal vivo i segni di cui sono fatte è sempre un’esperienza emozionante. Da Perugia a Napoli, in mostra le tavole di due storie e una serigrafia inedita...

 


pubblicato mercoledì 18 marzo 2009

Una mostra alla Galleria MioMao di Perugia, che si trasferirà alla Galleria Hde di Napoli nei giorni di Napoli Comicon, espone le tavole di Sotto le foglie e di Hanno aspettato un po’ e poi se ne sono andate, insieme a una serigrafia realizzata per l’occasione. Ma cominciamo dall’Uomo Tatuato, il personaggio che lega le due storie di cui sono in mostra gli originali...
L’Uomo Tatuato nasce come una breve storia ispirata a una canzone di P.J. Harvey, Fountain, che avevo realizzato per la rivista musicale “Rumore”. Avevo bisogno di uno sguardo esterno che osservasse e raccontasse la storia per me. Così è nato questo personaggio con gli occhi circondati da un tatuaggio per evidenziare l’idea del guardare. Ho capito che poteva diventare il mio alter ego o, meglio, un accompagnatore. Qualcuno con cui condividere la responsabilità del racconto. Non è escluso che lo utilizzi ancora.

È quello che si definisce un “angelo viaggiatore”, non ha legami, si sposta continuamente. Ma ha anche una fisicità molto evidente...
Non ho mai provato a razionalizzarlo più di tanto, però ho sempre trovato protettivo il fatto che non sia qualcosa di etereo, ma abbia una fisicità e una solidità dichiaratamente maschili. La sua caratteristica è la libertà, la capacità di osservare con occhio sensibile senza rimanere troppo coinvolto in ciò che vede, senza restarvi incatenato. Che invece è proprio quello che succede agli altri personaggi, imprigionati dalle loro relazioni e dalle loro paure. Rappresenta la possibilità di andarsene, e questa è una cosa che, anche inconsciamente, associo al maschile, perché penso che nella società in cui vivo per loro sia più facile trovare spazi di libertà. Nei miei primi fumetti ho raccontato di uomini fragili e femminei nell’aspetto, probabilmente perché mi ci rispecchiavo in maniera più diretta. In Silent Blanket, ad esempio. L’uomo tatuato invece è un mio compagno di viaggio, non sono io, e mi aiuta che lui sia forte.

Gabriella Giandelli - Sotto le FoglieDi fatto, come il coniglio di Interiorae, spia la vita delle persone. Eppure - è questa la cosa straordinaria - il suo sguardo è rassicurante. Non giudica.
E non è mai minaccioso, anche se s’introduce nelle vite degli altri. Anche pietoso, secondo me, è implicito che lui provi tenerezza e comprensione per le persone che osserva, per le loro debolezze, i loro dolori... È bello sapere che c’è.

È anche un modo di raccontare delle cose molto intime senza che diventino esibizioni di sé...
Penso che l’Uomo Tatuato e il coniglio mi abbiano aiutato ad affrontare cose che hanno a che fare con la mia vita e con la mia esperienza in una maniera laterale, mantenendo un’onestà che non credo che si possa ottenere quando si lavora direttamente sull’autobiografia. Le mie storie sono finzione in cui introduco fatti successi realmente o persone e luoghi che esistono davvero. I luoghi di Sotto le foglie (il bosco, il paese, il cimitero) sono quelli in cui è cresciuta mia madre e dove io andavo in vacanza da bambina. Anche alcuni personaggi sono ispirati a parenti di mia mamma, così come un certo modo di affrontare la vita come qualcosa che va subito. Ci sono cose che mi hanno molto condizionata nella mia vita, e non direi in maniera positiva. Mi sta a cuore raccontarle, ma per farlo ho bisogno di riuscire a staccarmi e guardarle in maniera obiettiva, senza dare o darmi giustificazioni.

Hai usato tecniche diverse per disegnare le due storie.
È sempre difficile spiegare perché si comincia con una certa tecnica anziché con un’altra, è una scelta che prende forma insieme alla storia. Per Sotto le Foglie ho provato inizialmente con lo scratchboard, perché era un periodo che lo usavo molto, ma mi sono subito accorta che ci avrei messo troppo. La tecnica di Hanno aspettato... è strana, ho usato solo il pastello nero, cosa di cui in stampa non ci si può rendere conto, in effetti anche vedendo gli originali puoi pensare che sia china data molto pesante, ma se poi li guardi non sotto vetro allora lo capisci, perché il nero rimane più vellutato, più polveroso.

Gabriella Giandelli - Sotto le FoglieSi capisce che hai un rapporto speciale con l’originale.
Non riesco a pensare solo al libro stampato, mi piace il rapporto fisico che ho con il disegno. Mi affeziono alla carta, alle imperfezioni, alle parti in rilievo, alla tridimensionalità che il disegno può avere con certe tecniche. Ad esempio, agli inizi usavo tantissimo le matite colorate graffiate con le lamette. I graffi lasciavano un bordino di carta spelacchiata. Cose che in stampa non si sarebbero mai viste.

E che spesso rimangono private, soltanto tue. Però il rapporto che hai con la fisicità dei materiali in qualche modo si riflette sul risultato finale. È importante anche la lentezza...
Sì, la lentezza, la ricchezza dei dettagli nel disegno, il rapporto con il tempo che passa. Non potrei mai raccontare una storia in cui si arriva alle 400 pagine con un disegno veloce.

E le mostre sono importanti?
Sì, mi piacerebbe farne di più, se non ci fosse l’inaugurazione. Lo dico seriamente, sento che le inaugurazioni mi portano via ogni volta una fetta di vita consistente. Credo che, per quanto riguarda il mio lavoro, mettere in mostra gli originali abbia un senso, le persone possono vedere qualcosa in più rispetto alla versione stampata. Tra l’altro, adesso sto collaborando con una mia amica che ha iniziato a realizzare dei ricami partendo da alcuni dei miei disegni e stanno venendo delle cose splendide. Certamente ne faremo una mostra, ma ci vorrà tempo perché è un procedimento lunghissimo.

Ti senti a tuo agio con la colorazione al computer?
Non completamente, anche se ormai ho acquisito molta esperienza. La prima versione di Sotto le foglie era il mio primo tentativo, avevo tenuto sempre le tinte al 100, e una volta stampati i colori erano molto saturi, troppo. Poi, nel 2008, Coconino mi ha proposto di pubblicare finalmente la storia in Italia, ma in bicromia. Normalmente non sono contenta se mi chiedono di stampare una cosa nata a colori in un altro modo, invece stavolta mi è sembrata un’opportunità. Ho preso i file già colorati e li ho tramutati in un unico pantone, che poi ho declinato con intensità differenti. Sono molto contenta del risultato finale.

Raccontavi durante l’inaugurazione che alla base di Sotto le foglie c’è anche un fatto di cronaca...
Gabriella Giandelli - Sotto le FoglieÈ successo proprio nei boschi che conosco bene, vicino un paesello in cui andavo da ragazzina. Un uomo aveva ammazzato i genitori e li aveva messi in una grotta, insieme a degli oggetti, come a comporre un presepe. È stata una folgorazione e ho subito cominciato a mischiarla con un po’ di cose più personali che avevo in mente. È la parte più bella di quando s’inventa una storia: le cose che sembravano non avere nessuna relazione tra loro improvvisamente diventano parte di un unico puzzle.

Hanno aspettato..., invece, come nasce?
È diverso, più cerebrale, forse. Voleva essere una storia sulle occasioni perdute. Perry, il protagonista, si sente inchiodato a un destino, quello della sorella malata, sente il tempo che gli passa addosso e non riesce a evolvere una possibile idea di libertà, un progetto di vita. Credo che sia una sensazione molto comune, se non si è imparato presto a sentirsi liberi, ci si lascia incatenare dalle cose e dagli affetti che diventano possessività.

Mentre parlavi del senso della storia, cercavo di immaginarmela senza l’Uomo Tatuato: sarebbe stata molto più triste, pesante...
Sarebbe stata deprimente, non malinconica. Di recente ho visto molti film di Mike Leigh, ed è stato importante per capire alcune cose. Quando vedo i film di Loach che raccontano di storie e ambienti simili, esco con un grande peso allo stomaco, invece in quelli di Leigh c’è qualcosa che, nella crudezza di ciò che mostra, ti fa sentire anche un po’ di speranza. Una mia amica mi ha fatto notare che questo avviene perché lui conosce e ama talmente i suoi personaggi che non li riduce mai a uno stereotipo prevedibile. E allora ciò che accade può essere triste - perché la vita è triste - ma non deprimente. È questo l’effetto che vorrei che facessero i miei fumetti, non deprimere il lettore, ma lasciargli sempre qualcosa di vitale.

Una questione di empatia. Una cosa che fanno spesso sia l’Uomo Tatuato che il coniglio è “guardare in macchina”. Cercano un contatto, un’intesa, con chi legge e, prima ancora, con te che li stai disegnando.
Sono ciò che lega il mondo della storia a quello fuori. Un giorno, mentre stavo finendo il secondo capitolo di Interiorae, ho trovato un enorme costume da coniglio abbandonato in un parco. Bianco. Una cosa incredibile, probabilmente quando sei concentrato su qualcosa diventi più ricettivo. La vita è anche magica.
 

Il Mattino - 24 aprile 2009

Il Mattino - 24 aprile 2009 - Associazione culturale Hde

La Repubblica - 8 marzo 2009

La Repubblica - 8 marzo 2009 - Associazione culturale Hde

Rauch scopre mister Hyde opere dell´anima irrazionale
di Bianca De Fazio

Mostra dell´artista toscano alla galleria Hde. Dai manifesti contro miseria e razzismo alla creatività dei libri per bambini 
"Andrea Rauch: tra illustrazione e pittura" è il titolo della mostra che si inaugura oggi, alle 18.30, nella galleria Hde di piazzetta Nilo. Cinquanta opere che raccontano uno dei visual designer italiani più conosciuti all´estero, e più attenti alle tematiche sociali. Alcune sue opere fanno parte delle collezioni del Museum of modern art di New York, alcuni suoi manifesti sono conservati presso il Musée de la Publicité del Louvre, a Parigi. Nel 1993 la rivista giapponese "Idea" lo ha inserito nella lista dei "100 World Top Graphic Designers". Ora Andrea Rauch arriva a Napoli a raccontare la sua identità dimidiata, le sue due nature, quella del Dottor Jekyll e quella di Mister Hyde, quella del progettista razionale e quella dell´artista autoreferenziale.

Perché, come spiega lo stesso Rauch, «Nell´anima di ogni designer c´è un po´ del Dottor Jekyll e un po´ di Mister Hyde». E se il secondo è stato compresso per anni, se Rauch ha privilegiato a lungo «l´anima razionale del designer, attenta agli equilibri della pagina, rispettosa dei criteri di leggibilità, di congruità di rapporti tra illustrazione e messaggio», qui in mostra ecco anche l´anima emotiva, che era rimasta «in un cantuccio», rifiutata e «quasi disprezzata». È l´anima dell´artista che non si accontenta più delle opere grafiche commissionate dall´uno o dall´altro, spesso anche da partiti o da movimenti politici e d´opinione come Greenpeace, Unicef e Amnesty International. Ecco allora, nella galleria di piazzetta Nilo, le opere pittoriche di Rauch, venute fuori quando «quel lestofante di Hyde - racconta Rauch - ha incominciato a impadronirsi di un pezzetto di carta avanzato su un tavolo. L´abbiamo addirittura sorpreso a imbrattare di colore la tela, a articolare timidi balbettii plastici». A quel «lestofante di Hyde» Rauch vuole assai bene. È con Hyde che il designer scopre «la gioia della fantasia e della creatività non costipate dalla pedanteria del razionale».

Parole, spiegazioni di se stesso, che rappresentano una rivoluzione rispetto al Rauch che siamo abituati a conoscere, il Rauch dei manifesti dedicati ai temi emergenti del dibattito sociale e politico, il Rauch che con le sue opere ha denunciato i mostri «generati dal sonno della ragione del ventesimo secolo»: la miseria, il razzismo, l´ignoranza, l´imperialismo, il fascismo, la guerra, il terrorismo, i campi di sterminio, lo stalinismo. «Per abbattere quei mostri è necessario riappropriarsi della storia, della cronaca, occorre riflettere sul passato e costruire il futuro. Occorre fermare parole e immagini che non scorrano via. Immagini che ci aiutino a ricordare, capire, andare avanti. Parole e immagini, manifesti magari, per "produrre memoria"».

Orrori che sono solo parte dei temi affrontati da Rauch nei suoi lavori. E allora vale la pena ricordare le illustrazioni dei libri per bambini, i riconoscimenti internazionali col premio Andersen, le rivisitazioni di Rauch di fumetti caposaldo dell´infanzia: da Tintin a Topolino a Braccio di ferro. Anche questi in mostra. E dato che la galleria è emanazione delle edizioni Nuages, non mancheranno, da Hde, le pubblicazioni che Rauch ha curato proprio per Nuages, dal "Giornalino di Gian Burrasca" a "Le avventure di Pinocchio".