Il muro è architettonicamente e antropologicamente limite e difesa, è riferito al concetto di gruppo (da proteggere o da controllare…), il muro è figurazione psicologica, oltre che fisica e politica, e si inserisce nell’eterna dicotomia fra naturale e culturale, fra individuo e collettività. Se la civiltà è necessaria per proteggere l’umanità da pericoli esterni ed a regolare le relazioni fra gli individui, il muro di Berlino ha espresso il paradosso di un argine finalizzato a impedire l’uscita dai confini del gruppo che esso conteneva. Impedire per anni una fuga che sconfessasse, dissanguandolo, un regime. Se il muro di Berlino attiene al crepuscolo della ragione, la sua edificazione inizia molto prima, come del resto il suo crollo, perché entrambe le azioni prendono forma innanzi tutto nelle coscienze individuali e collettive. “La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci”, aveva dichiarato al mondo John F. Kennedy nel suo discorso a Berlino del 26 giugno 1963.
Cosa c’era al di la del Muro e, soprattutto, al di la di ciascuna delle due parti che separava? "Outside The Wall", canta dieci anni prima, profeticamente ignari, Roger Waters e i suoi Pink Floyd: “Da soli o a due a due, quelli che davvero ti amano vanno e vengono al di là del muro. Alcuni mano nella mano, altri riuniti in gruppi. Quelli sensibili e gli artisti cercano di abbatterlo. E quando ti avranno dato il meglio di loro, qualcuno barcollerà e cadrà. Dopotutto non è facile picchiare il cuore contro il muro di un folle”. Mi ha sempre affascinato il non originale parallelismo fra l’opera rock dei Pink Floyd, il muro di Berlino e la sua caduta. Un anno dopo, ai suoi piedi, i Floyd hanno tenuto un concerto memorabile che, in una sorta di sospensione temporale, mi piaceva pensare che fosse nato da un decennio per essere suonato proprio in quel punto, attrattore delle passioni e delle speranze del mondo. Era una divagazione e un’associazione fantastica, ascoltando Confortably Numb.
Probabilmente il muro era una condizione del vivere in quegli anni, chissà quanti l’hanno provata.
Il Muro fa accedere direttamente al piano emotivo e culturale della dimensione interiore: il muro come vicolo cieco, come azione per incapsulare l’io. Isolamento definitivo, assenza di radici, distacco dal mondo. L'idea attorno alla quale fu costruita la nuova opera rock dei Pink Floyd era il muro della incomunicabilità tra l'artista e il pubblico, ma divenne presto espressione dell'alienazione e del ritrarsi dal mondo. Rock psichedelico, rock profetico. Il senso evocativo di qualcosa di tragico aleggia nel disco, con grida, rumori d’aereo e di elicotteri in avvicinamento minaccioso. Il ritornello del coro dei 23 bambini che recita "non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero" è slogan di combattimento, utilizzato persino dai manifestanti nella ricorrenza della repressione di Soweto. E’ stato scritto: una sorta di colonna sonora di un film non ancora girato. Film che uscirà nel 1982, diretto da Alan Parker e interpretato da un giovane Bob Geldof.
Quali furono le tappe della caduta del muro di Berlino? Nel settembre 1989 la prima crepa si ha con l’apertura delle frontiere in Ungheria, con l’incipit paradossale della Fuga da Berlino a Berlino attraverso uno Stato confinante. Il 30 settembre Genscher, ministro degli esteri di Bonn, contratta l’espatrio per 17 mila tedeschi dell’est in un treno che transita sul territorio della Ddr, diventando di fatto un corteo di protesta sui binari che amplifica l’effetto-fuga. Gorbaciov, invitato a Berlino Est per il 40° anniversario della nascita della Ddr, fa la sua celebre affermazione “chi arriva tardi viene punito dalla vita”. Quando Honecker viene sostituito dal nuovo segretario del Partito Egon Kranz, tutto è ormai sul punto di compiersi. Il 9 novembre 1989 il muro cade quando il confine fra le due Berlino è definito da Günter Schabowski “attraversabile in tutte le direzioni”. Cade come quando sopraggiunge l’inutilità bellica delle mura delle città nel ‘700. Alla Porta di Brandeburgo, il maestro Rostropovic, cui non era consentito suonare in tutti i paesi comunisti dell’est, tiene un concerto improvvisato e solenne.
La Germania Est era vista come un pezzo del passato e Berlino era il centro di una rappresentazione grigia al di la del filo spinato della “cortina di ferro” che divideva l’Europa. Il 9 novembre si è davanti a un mondo che è già in disfacimento.
A tanti anni di distanza il tempo si appiattisce e il Muro acquista un risalto che viene da lontano, investendo la politica, la cultura e la società, in una sorta di momento di sospensione della storia e di precipitare di eventi.
Sulla scia degli esercizi di memoria, affiorano due aspetti antitetici: tutto era già avvenuto, tutto doveva ancora avvenire. Il paradosso del muro di Berlino: l’eliminazione di qualcosa di terribilmente pesante ci ha fatto sentire più leggeri, ma le illusioni svanite ci hanno riportato nella pesantezza del vivere. Alla lunga siamo rimasti tutti più deboli, vulnerabili, meno protagonisti. E’ questo il fallimento delle premesse insite nella caduta del muro. Sembra di ricordare le parole di Tereza ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, in cui “si rendeva conto di appartenere ai deboli, al campo dei deboli, a una nazione di deboli, e che ad essi doveva essere fedele appunto perché erano deboli e boccheggiavano a metà delle frasi”.
Sentivo che il Muro era una questione aperta, una ferita aperta, una porzione di spazio densa come un attrattore di passato e anche di futuro, che venivano entrambi risucchiati in esso. Simbolo potente e monumentale della condizione contemporanea. In quegli anni mi ero appassionato alla scoperta di ciò che esisteva e pulsava, con dignità e dolore, al di la del muro.
L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera celebrava l’antitesi fra ciò che è pesante e ciò che è leggero e il muro era la tangibile pesantezza del vivere politicamente oppressi. “Che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo”: il libro di Kundera è stato per me uno dei tanti passaggi determinanti nella formazione del flusso della cultura, esprimendo un incontrovertibile giudizio della Storia.
Si poteva affermare che con la caduta del muro di Berlino la storia era finita e il futuro si era fermato? Francis Fukuyama, proprio in seguito a quegli eventi, con il suo saggio del 1992 dal titolo La fine della Storia teorizzava quanto il percorso delle ideologie del ‘900 si fosse concluso con l’affermazione – diremmo oggi globalizzata - della democrazia liberale. Si intende sancire anche la fine dei grandi racconti delle ideologie del ‘900, veicolata da J. F. Lyotard, che in un mondo non certo pacificato lascia l’umanità in una condizione tutt’altro che rassicurante.
In realtà la storia riprende il suo corso dopo una sorta di “fermo immagine”, uno stallo dovuto alla impenetrabilità della “cortina di ferro”, della quale il muro era un pezzo fisicamente tangibile. Tuttavia la storia non sarebbe stata più nello stesso modo. La freccia del tempo esisteva, erano gli anni in cui Ilya Prigogine, premio nobel per la chimica nel 1977, sanciva l’irreversibilità del percorso spazio temporale, orientato in una sola direzione. La storia si alimentava di catastrofi e si rigenerava in esse, come ribadiva René Thom. Ma la storia non sarebbe stata più nello stesso modo. Da diacronica e scandita, essa diventa liquida e informale.
Siamo nel 1989. Dopo il crollo del muro, il “salto” della Storia ci regala un presente in cui manca un elemento, “l’altro”, l’alterità, l’altra metà. La storia sarà orfana, i piani si sposteranno, le opposizioni non saranno più manichee, bianco-nero, oggi-domani. Tutto sarà più fluido e anche più confuso. Il secolo breve, il ‘900, come è stato recentemente denominato, si era di fatto concluso. E si chiudeva in un anno di grandi eventi, tutti connessi da un filo rosso. Da piazza Tienanmen fino all’ultima Bucarest di Ceausescu, transitando attraverso il Muro.