Home > Associazione > 1989: I napoletani raccontano

1989: I napoletani raccontano

La caduta del Muro di Berlino vista da Napoli

La caduta del Muro di Berlino vista da Napoli - Associazione culturale Hde
Come hanno vissuto i napoletani la caduta del Muro di Berlino?
Abbiamo invitato, in collaborazione con il Goethe Institut di Napoli,
scrittori, artisti e giornalisti napoletani a raccontare come ricordano quei fatidici giorni tra il 9 ottobre e il 9 novembre 1989.
Sul sito del Goethe di Napoli č pubblicata anche una traduzione in tedesco dei brani:
(http://www.goethe.de/INS/it/lp/ges/pok/20j/deindex.htm).

Riccardo Dalisi, architetto e artista

Riccardo Dalisi, architetto e artista - Associazione culturale Hde
Non è solo per curiosità che del muro di Berlino sono rimasti pochi frammenti, frammenti di varia grandezza, cimeli ben custoditi, sparsi un po’ ovunque. D’altro canto nella memoria, pur viva, del terribile muro, ci sono versioni staccate e parziali, non credo solo in me che ci andai a demolizione già avvenuta. Ne ebbi un senso di familiarità misto a tenerezza, come se quei brandelli di muro ancora in piedi anche loro avessero patito e sopportato la violenza della storia. Più volte istintivamente mi sono spostato al di qua e al di là  come a ricucire in me il senso di unità di un territorio così a lungo tagliato in due.
Da una parte e dall’altra si percepivano due sensi diversi dello spazio della cittò, della civiltà, dell’essere nel mondo. Non meno viva era l’immagine di quella Berlino di là, ancora com’era prima della demolizione del muro. Un luogo quasi deserto, scarno, le strade silenziose, povere, le case tristi, l’immagine rovesciata del mondo di qua.
I pezzi di muro graffitati rimasti dicevano poco di sé, qualche scritta smozzicata, tracce di una demolizione furiosa…
Oggi, dopo venti anni, mi hanno portato un pezzo di quel muro di circa trenta centimetri e piccolissimi frammenti come briciole, andati perduti. Ho fatto una custodia in plexiglas, mi hanno chiesto di farne un piedistallo.
Quella pietra con malta bianca dà l’idea di una fattura tenace, di una tecnica di buon livello. A me, abituato ai nostri muri di tufo, agli intonaci cadenti, quel pezzo di muro fa una certa impressione, ha un suo “mana” che giunge anche a me architetto. Il frammento di una memoria. La memoria che richiede una sua cura.

Maurizio de Giovanni, scrittore

Maurizio de Giovanni, scrittore - Associazione culturale Hde
Vieni qui, ti devo dire una cosa importante. No, non ti preoccupare, niente di lungo, lo so che hai un milione di cose da fare, libri da leggere e da studiare, appunti da ordinare con quella tua scrittura inclinata che mi fa sorridere, che riconoscerei tra un milione di altre.
Ti devo dire che quest’anno hai vent’anni.
Non mi guardare preoccupato; non sono rimbambito, non ancora. Lo so che lo sai, che hai vent’anni. Ne parliamo sempre, della tua età, che sei grande o piccolo quando ti fa comodo, razionale e sentimentale al tempo stesso come sei. Stavolta non voglio dirti, di questo. Voglio parlare dell’anno in cui sei nato.
Sai, ci sono anni che contano per le persone, altri che contano per il mondo. Certi anni, rari, unici, contano per le persone e per il mondo. Perciò è importante che tu sia nato vent’anni fa, proprio in quell’anno. Perché per me, vedi, quell’anno sono caduti due muri.
La felicità, devi sapere, è uno strano animale. E’ vivo, si sposta di nascosto; si manifesta all’improvviso, a volte scopri di averlo visto e toccato solo molto, molto tempo dopo. E puoi anche vivere cent’anni senza incontrarlo mai, soltanto sentendone parlare. E’ un animale feroce, può lasciarti dentro un buco enorme, un cratere attorno al quale non smetti di girare e girare in tondo per tutto il resto della vita, il ricordo struggente di essere stato felice, un minuto, un mese, un anno.
Ci sono volte, però, molto raramente, in cui la felicità ti fa un regalo enorme: ti avvisa del tuo arrivo. Io avevo costruito il mio muro dentro dieci anni prima, quando tuo nonno aveva deciso di lasciarmi; era giovane, la mia età di adesso, con tutto il milione di cose che ho ancora da fare, che aveva ancora da fare: un attimo prima c’era, un attimo dopo non c’era più. Condividevamo poche cose, le generazioni allora erano ancora più lontane di noi adesso, io e te che siamo qui a chiacchierare. I libri, l’amore per questa strampalata città e per la sua squadra di calcio, pensa che cosa effimera. No, eh? Lo so, è una malattia che ti ho passato; e come una malattia si chiama, il tifo.
Il muro che avevo dentro crollò quando ti portarono da me, avvolto in un asciugamano, rosso e bavoso e grinzoso e bellissimo come eri, come ti vidi. Un coso minuscolo, e cadde il muro nella mia anima, il limitatore della felicità che avevo alzato. Sapevo che ti avrei visto, ma arrivasti inatteso, una bomba atomica dei sentimenti.
E nel frattempo in televisione un mare di gente abbatteva un altro muro, fratelli si ritrovavano, e canti e balli e risate di vecchi sdentati e di belle ragazze bionde; e il mondo piangeva di gioia, se succedeva questo ogni altra cosa poteva succedere. E infatti, a me successe: arrivasti tu, e abbattesti il mio muro.
Qualche mese dopo, alla fine del campionato che in quel certo meraviglioso anno era iniziato, il Napoli fu di nuovo campione. Lo fu alla maniera di questa città, non come la marcia trionfale della prima volta: un piccolo, innocente scippo fatto all’ultimo momento, una fregatura agli altri, più belli, più forti. Uno sberleffo innocente al mondo. L’Italia ebbe un campione straccione e sorridente, e di nuovo a tanti chilometri di distanza dal muro caduto si ballò e si cantò per strada, e ci furono sorrisi sdentati e belle ragazze brune che ballavano. Io il mio muro non ce l’avevo più, e con te in braccio ballavo sul balcone, mentre la felicità mi sfilava sotto, in strada, e cantava.
Non c’erano più muri, sai: nessun altro muro.
E tu non ne costruirai altri, lo so: questo, ti voglio dire.
Perché sei nato quando il muro non c’era più.

Mario Rosario Losasso, architetto

Mario Rosario Losasso, architetto - Associazione culturale Hde
Il muro è architettonicamente e antropologicamente limite e difesa, è riferito al concetto di gruppo (da proteggere o da controllare…), il muro è figurazione psicologica, oltre che fisica e politica, e si inserisce nell’eterna dicotomia fra naturale e culturale, fra individuo e collettività. Se la civiltà è necessaria per proteggere l’umanità da pericoli esterni ed a regolare le relazioni fra gli individui, il muro di Berlino ha espresso il paradosso di un argine finalizzato a impedire l’uscita dai confini del gruppo che esso conteneva. Impedire per anni una fuga che sconfessasse, dissanguandolo, un regime. Se il muro di Berlino attiene al crepuscolo della ragione, la sua edificazione inizia molto prima, come del resto il suo crollo, perché entrambe le azioni prendono forma innanzi tutto nelle coscienze individuali e collettive. “La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci”, aveva dichiarato al mondo John F. Kennedy nel suo discorso a Berlino del 26 giugno 1963.
 
Cosa c’era al di la del Muro e, soprattutto, al di la di ciascuna delle due parti che separava? "Outside The Wall", canta dieci anni prima, profeticamente ignari, Roger Waters e i suoi Pink Floyd: “Da soli o a due a due, quelli che davvero ti amano vanno e vengono al di là del muro. Alcuni mano nella mano, altri riuniti in gruppi. Quelli sensibili e gli artisti cercano di abbatterlo. E quando ti avranno dato il meglio di loro, qualcuno barcollerà e cadrà. Dopotutto non è facile picchiare il cuore contro il muro di un folle”. Mi ha sempre affascinato il non originale parallelismo fra l’opera rock dei Pink Floyd, il muro di Berlino e la sua caduta. Un anno dopo, ai suoi piedi, i Floyd hanno tenuto un concerto memorabile che, in una sorta di sospensione temporale, mi piaceva pensare che fosse nato da un decennio per essere suonato proprio in quel punto, attrattore delle passioni e delle speranze del mondo. Era una divagazione e un’associazione fantastica, ascoltando Confortably Numb.
Probabilmente il muro era una condizione del vivere in quegli anni, chissà quanti l’hanno provata. 
 
Il Muro fa accedere direttamente al piano emotivo e culturale della dimensione interiore: il muro come vicolo cieco, come azione per incapsulare l’io. Isolamento definitivo, assenza di radici, distacco dal mondo. L'idea attorno alla quale fu costruita la nuova opera rock dei Pink Floyd era il muro della incomunicabilità tra l'artista e il pubblico, ma divenne presto espressione dell'alienazione e del ritrarsi dal mondo. Rock psichedelico, rock profetico. Il senso evocativo di qualcosa di tragico aleggia nel disco, con grida, rumori d’aereo e di elicotteri in avvicinamento minaccioso. Il ritornello del coro dei 23 bambini che recita "non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero" è slogan di combattimento, utilizzato persino dai manifestanti nella ricorrenza della repressione di Soweto. E’ stato scritto: una sorta di colonna sonora di un film non ancora girato. Film che uscirà nel 1982, diretto da Alan Parker e interpretato da un giovane Bob Geldof.
 
Quali furono le tappe della caduta del muro di Berlino? Nel settembre 1989 la prima crepa si ha con l’apertura delle frontiere in Ungheria, con l’incipit paradossale della Fuga da Berlino a Berlino attraverso uno Stato confinante. Il 30 settembre Genscher, ministro degli esteri di Bonn, contratta l’espatrio per 17 mila tedeschi dell’est in un treno che transita sul territorio della Ddr, diventando di fatto un corteo di protesta sui binari che amplifica l’effetto-fuga. Gorbaciov, invitato a Berlino Est per il 40° anniversario della nascita della Ddr, fa la sua celebre affermazione “chi arriva tardi viene punito dalla vita”. Quando Honecker viene sostituito dal nuovo segretario del Partito Egon Kranz, tutto è ormai sul punto di compiersi. Il 9 novembre 1989 il muro cade quando il confine fra le due Berlino è definito da Günter Schabowski “attraversabile in tutte le direzioni”. Cade come quando sopraggiunge l’inutilità bellica delle mura delle città nel ‘700. Alla Porta di Brandeburgo, il maestro Rostropovic, cui non era consentito suonare in tutti i paesi comunisti dell’est, tiene un concerto improvvisato e solenne.
 
La Germania Est era vista come un pezzo del passato e Berlino era il centro di una rappresentazione grigia al di la del filo spinato della “cortina di ferro” che divideva l’Europa. Il 9 novembre si è davanti a un mondo che è già in disfacimento.
A tanti anni di distanza il tempo si appiattisce e il Muro acquista un risalto che viene da lontano, investendo la politica, la cultura e la società, in una sorta di momento di sospensione della storia e di precipitare di eventi.
Sulla scia degli esercizi di memoria, affiorano due aspetti antitetici: tutto era già avvenuto, tutto doveva ancora avvenire. Il paradosso del muro di Berlino: l’eliminazione di qualcosa di terribilmente pesante ci ha fatto sentire più leggeri, ma le illusioni svanite ci hanno riportato nella pesantezza del vivere. Alla lunga siamo rimasti tutti più deboli, vulnerabili, meno protagonisti. E’ questo il fallimento delle premesse insite nella caduta del muro. Sembra di ricordare le parole di Tereza ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, in cui “si rendeva conto di appartenere ai deboli, al campo dei deboli, a una nazione di deboli, e che ad essi doveva essere fedele appunto perché erano deboli e boccheggiavano a metà delle frasi”.
 
Sentivo che il Muro era una questione aperta, una ferita aperta, una porzione di spazio densa come un attrattore di passato e anche di futuro, che venivano entrambi risucchiati in esso. Simbolo potente e monumentale della condizione contemporanea. In quegli anni mi ero appassionato alla scoperta di ciò che esisteva e pulsava, con dignità e dolore, al di la del muro.
L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera celebrava l’antitesi fra ciò che è pesante e ciò che è leggero e il muro era la tangibile pesantezza del vivere politicamente oppressi. “Che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo”: il libro di Kundera è stato per me uno dei tanti passaggi determinanti nella formazione del flusso della cultura, esprimendo un incontrovertibile giudizio della Storia.
Si poteva affermare che con la caduta del muro di Berlino la storia era finita e il futuro si era fermato? Francis Fukuyama, proprio in seguito a quegli eventi, con il suo saggio del 1992 dal titolo La fine della Storia teorizzava quanto il percorso delle ideologie del ‘900 si fosse concluso con l’affermazione – diremmo oggi globalizzata - della democrazia liberale. Si intende sancire anche la fine dei grandi racconti delle ideologie del ‘900,  veicolata da J. F. Lyotard, che in un mondo non certo pacificato lascia l’umanità in una condizione tutt’altro che rassicurante.
In realtà la storia riprende il suo corso dopo una sorta di “fermo immagine”, uno stallo dovuto alla impenetrabilità della “cortina di ferro”, della quale il muro era un pezzo fisicamente tangibile. Tuttavia la storia non sarebbe stata più nello stesso modo. La freccia del tempo esisteva, erano gli anni in cui Ilya Prigogine, premio nobel per la chimica nel 1977, sanciva l’irreversibilità del percorso spazio temporale, orientato in una sola direzione. La storia si alimentava di catastrofi e si rigenerava in esse, come ribadiva René Thom. Ma la storia non sarebbe stata più nello stesso modo. Da diacronica e scandita, essa diventa liquida e informale.
Siamo nel 1989. Dopo il crollo del muro, il “salto” della Storia ci regala un presente in cui manca un elemento, “l’altro”, l’alterità, l’altra metà. La storia sarà orfana, i piani si sposteranno, le opposizioni non saranno più manichee, bianco-nero, oggi-domani. Tutto sarà più fluido e anche più confuso. Il secolo breve, il ‘900, come è stato recentemente denominato, si era di fatto concluso. E si chiudeva in un anno di grandi eventi, tutti connessi da un filo rosso. Da piazza Tienanmen fino all’ultima Bucarest di Ceausescu, transitando attraverso il Muro.

Nando Vitali, scrittore

Nando  Vitali, scrittore - Associazione culturale Hde
Nel brusio luminescente del traffico, sul corso di Chiaiano, continuavo a chiedermi cosa c’entrassi io col muro di Berlino.
Avevo un’idea sbiadita delle immagini televisive dove giovani, colorati e festosi, cavalcavano il muro come un cavallo finalmente domato.
Abbracci, baci, la felicità che aspirava tutto in un benefico respiro. Un’allegria che riusciva a riscattare il sangue di tutti quelli che non ce l’avevano fatta. Di quelli rimasti infilzati nel filo spinato, o sparati prima ancora di annusare la libertà.
Di certo mi ero perduto la storica domanda del giornalista italiano Riccardo Ehrman, nella conferenza stampa del 9 novembre del 1989.
“L’italiano che aprì il varco”.
O l’ironia della ragazza dai capelli rossi accanto al monumento di Marx ed Engels, dove sotto avevano scritto: “Non è stata colpa nostra”.
Ma perché tutto era arretrato nello spazio secondario della memoria, quello delle cose superate, fuori moda? Non certo come il ricordo del primo uomo sulla Luna, per esempio. Ricordo nitido. La diretta televisiva. L’attesa. L’emozione. La sensazione di assistere a qualcosa di veramente eccezionale…
Poi d’un tratto ho capito.
 
Il 1989 è l’anno in cui è morta mia madre. Novembre. Un mese che non amo molto.
Il muro di Berlino è caduto mentre mia madre se la vedeva col male che l’avrebbe uccisa. Forse è morta lo stesso giorno. Potrebbe anche essere. La mia vita è fatta di incredibili coincidenze.
E’ morta nella Clinica dei fiori.
Di mattina presto. Ero fuori stanza. Vostra madre è morta, mi dissero. E il ricordo va al suo polso sottile, dove sentivo le vene come corde di chitarra. L’odore penetrante delle medicine. Dolciastro. Sgradevole.
Il mio imbarazzo quando di sera passavo da lei, e lei era sola. E non diceva niente, come niente aveva mai detto. L’anima di cemento. In un corpo minuto di uccello.
In quel martirio, durante un cambio di biancheria, le ho visto il pube, svuotato e bianco, dal quale ero uscito. Ho provato un senso di doloroso ribrezzo. Quello che dovettero provare all’apertura dei lager i liberatori.
Io che poi fuggivo come un ladro, portandomi un senso di colpa perché non avevo nulla da dirle. E non ero in grado nemmeno di darle un grammo d’amore.
La sera prima di morire disse che aveva sognato, vicino al letto, una nidiata di bambini che volevano portarla via. Aveva sognato mia figlia Giuliana, che aveva allora due anni. E che aveva fatto un voto. Se fosse guarita…
Ma il giorno dopo mia madre è morta e non è stata esaudita.
Doveva andare così. Era tutto scritto. La malattia si mangiava ogni giorno un pezzo della sua carne.
 
Non sono riuscito a parlarle. A dirle niente di importante che rendesse significativa la mia presenza.
Era una donna buona che si è bruciata le ali con le troppe sigarette fumate.
Quando le hanno messo il paravento attorno al letto perché gli altri malati non vedessero, ho pianto dentro perché quel sipario non mi sembrava un bel finale. Un finale degno prevede perlomeno una frase di commiato.
Lei è andata via in silenzio. Forse chiedendosi chi fosse veramente quel figlio che stranamente quella mattina si trovava lì. A pochi passi dal letto, prima che lei si dimenticasse di respirare.
 
Serbo dentro di me il dolore di un tempo perduto. Di una carezza non data. Della mia assenza contro il bianco della parete.
Ecco, per me, il muro di Berlino è lì, fra le lenzuola frettolosamente ammucchiate e il materasso rivoltato.
E’ un pezzo di muro sul quale dovrei scrivere qualcosa di magico e fatato perché il tempo perduto possa ritornare. Un tempo che ripari le anime sgretolate, dalle cui feritoie passa la trama dei giorni, il loro andare, il consumarsi minaccioso, eppure consolatorio, una cicatrice sulla pelle, insieme all’incendio della storia, al suo essere sangue che scorre.
Perché prima dei muri di pietra, ci sono i muri invisibili della mente. Quelli più lenti a cadere. E che solo la cura delle parole amorose riesce a guarire.
Un giorno quel muro si dissolverà nella ragnatela del mattino, e tutti quei clandestini impigliati finalmente riusciranno a passare. Senza fanfare, solo risvegliati dal sonno. Perché è dal sonno della ragione che vengono i mostri. E dall’insonnia dei giusti che viene la speranza.

Piero Antonio Toma, giornalista e scrittore

Piero Antonio Toma, giornalista e scrittore - Associazione culturale Hde
La ricordo bene quella sera di novembre del 1969 quando ero stato invitato a Berlino Ovest per partecipare a un congresso internazionale di giornali aziendali, dal 1964 ne dirigevo uno a Napoli di una compagnia di navigazione. All’aeroporto Tempelhof ero sbarcato dopo un volo su un Viscount trielica che da Francoforte non aveva fatto altro che ballonzolarci, tanto che fra tuoni e fulmini che infierivano sulle ali dell’aereo, ho temuto più volte la fine. Il peggior volo della mia vita.
Per i primi due giorni ero stato preso dai lavori del convegno. Ma nel terzo mi ero goduta Berlino in lungo e in largo.Nel pomeriggio inoltrato, con dentro gli occhi lo sfavillìo forse eccessivo del Kurfürstendamm , tre chilometri e mezzo della più bella ed elegante arteria della città, altro che Ville Lumiére, mi  diressi in taxi verso la Friedrichstrasse, dove si trovava un Charliepoint, uno dei tre ingressi ufficiali per Berlino Est. Un presidio militare di qua, in mano alle Forse Alleate (Francia, Regno Unito e Stati Uniti) e i cui militari   non diedero nemmeno uno sguardo al mio passaporto. Abbandonato il taxi, a piedi eccomi sulla   cosiddetta terra di nessuno. Abbastanza visibile lo sbarramento dei vopos, i poliziotti del popolo della Repubblica Democratica Tedesca di guardia al Muro. Mentre mi avvicinavo il buio sembrava farsi più intenso. Era come se quell’orgia di luci concentrate su di me lo moltiplicasse tutt’intorno fino a soccomberne. Mi vennero in mente le tante notizie che pullulavano su quel posto e sui tanti tentativi di fuga, molti dei quali finiti tragicamente. Sì, non lo nascondo, il batticuore iniziava a farsi sentire. E con mano esitante cavai dalla tasca interna dell’impermeabile il passaporto e lo tesi al militare che mi puntava addosso un mitra. Me lo strappò quasi di mano un altro commilitone sbucato da una specie di casamatta tutta circondata dal filo spinato anch’esso illuminato quasi a monito per i “malintenzionati”di Berlino Ovest. La cosa mi parve buffa, che io sapessi nessuno aveva mai tentato la fuga opposta. Attesi per un buon quarto d’ora che esaminassero il mio documento mentre venivo tenuto d’occhio da due Vopos che mi guardavano torvi e sospettosi. Non mi ero mai sentito così fuori dei panni per essere un “occidentale”. E per giunta giornalista, il che complicava ulteriormente la cosa.
Quando finalmente la perlustrazione finì, era trascorsa una buona mezz’ora. Era chiaro che tutto quel tempo serviva per dissuadere il visitatore. Il fatto che non ci fosse nessuno prima o dopo di me rafforzò questa convinzione. E in pari tempo accrebbe i miei timori. Comunque, a quel punto non mi restava che proseguire. Uscito dalla casamatta mi avviai lungo una strada deserta sulla quale bordeggiavano come ubriachi due fortissimi coni di luce, il che mi permise di scorgere a un paio di centinaia di metri due o tre taxi in sosta. Presi il primo della fila, e chiesi in inglese di condurmi un po’ in giro. Nel centro scesi a fare quattro passi nelle vicinanze del taxi che mi seguiva lentamente. Incontrai sparuti pedoni miniaturizzati sotto gli imponenti e massici edifici grigi, anguste finestre e senza l’ombra di un balcone, di chiaro stampo staliniano. Le strade erano pressoché deserte, molte biciclette, nessun rumore di qualsivoglia genere. Aleggiava nell’aria un senso di oppressione grigia e informe, sembrava realmente una prigione a cielo aperto. Mi   colpirono numerose balie giunoniche che spingevano carrozzine a tre posti. Tutti parti trigemini, possibile?   A quell’ora di pomeriggio inoltrato?
 Risalii sull’auto pubblica e gli chiesi di condurmi in uno spaccio riservato agli stranieri dove si poteva comprare tutto a buon prezzo. All’ingresso del bazar solita trafila con esibizione del passaporto e attesa per il controllo. Finii per acquistare, oltre a qualche cianfrusaglia, una bella collana d’ambra per mia moglie. L’ambra era un vanto della produzione sovietica.
Ripresi il taxi che mi avrebbe restituito al Charliepoint. Ma nelle sue vicinanze scoppiò un parapiglia. Due vopos si piazzarono davanti all’auto intimandole l’alt. Illuminati in pari tempo davanti e dietro dalle luci del posto di blocco, sembravano alani a due zampe, truci e dal mirino facile, per dirla con Fred Buscaglione. Uno dei due aprì con forza lo sportello posteriore e mi afferrò per un braccio spingendomi all’esterno. Un altro, appena rimessomi in equilibrio, mi strattonò alle spalle spingendomi brutalmente fino all’ingresso della casamatta. Ero combattuto fra il terrore di chissà che cosa e il mio istinto di reagire. Mi voltai di scatto indietro urlandogli parolacce in dialetto ma il vopos mi risospinse in avanti col calcio del mitra. A pensarci, mi brucia ancora adesso come una ferita. Entrammo nella stanza della casamatta. Il mio passaporto volò fra le loro mani. Mi tennero in piedi. Ogni tanto uno dei due mi indirizzava a bassa voce poche parole che sicuramente non sapevano di benvenuto. Mi venne da pensare a quanto fosse brutto il tedesco quand’è minaccioso. Mi sentivo malissimo, avevo le gambe malferme e un senso di nausea minacciava di trasformarsi in vomito. Sarà anche scontato ricordarlo, ma anche a me venne giù per la schiena un sudore gelido. Alla fine, un quarto d’ora o poco più, un militare con i gradi di ufficiale, entrò sorridendo nella stanza e, porgendomi il passaporto, mi chiese scusa in inglese. Mi avevano preso per un tedesco orientale che voleva scavalcare il Muro…
Quel senso di angoscia irreparabile come la morte, mi inseguì per molti giorni a seguire. Rientrato a Berlino ovest più che gli splendori del Kurfürstendamm a rinfrancarmi, seguitarono ad affliggermi ai lati delle strade le decine e decine di edifici sventrati, maciullati, ridotti ad un mucchio di informi macerie, come urne cinerarie. Nei giorni a venire quelle occhiaie vuote mi si riempirono di quel Muro senza fine, un moloch che decretava la cacciata della ragione. Come il muro di Auschwitz e tutti gli altri che dipanano la tela della cesura e della violenza. Non sono più tornato a Berlino. nemmeno venti anni dopo che poi fanno venti anni fa.

Massimo Siviero, giornalista e scrittore

Massimo Siviero, giornalista e scrittore - Associazione culturale Hde
Vent’anni, un bell’anniversario. L’entusiasmo di allora per la caduta di quella Vergogna era ripercorso nel mondo democratico.Di tutte le Cadute, dall’Impero romano alla fine dei regimi, riflettevo mentre scendevo le scale del metrò.
Tanti i Muri del silenzio, steccati che non nascono dal nulla, ma sono incoraggiati e sostenuti dai soliti felici imbecilli. I sans papier spediti a casa tra il tripudio dei tribunali del popolo. L’extracomunitario soprattutto di colore che deturpa l’estetica cittadina. Le badanti no, quelle possono andare finché raccolgono umori nauseabondi e medicano piaghe da decubito dei nostri vecchi.
Dunque, nella stazione di piazza Garibaldi pensavo alla storica Caduta e mi colpì il piccolo grande Muro in atto davanti ai miei occhi.
Sui minischermi pubblicitari della sotterranea si leggeva la notizia delle celebrazioni di Berlino e il discorso del cancelliere Angela Merkel.
Ma a Borbonia il piccolo regime in atto inneggiato dalla gente era simboleggiato da un nuovo oggetto di un metro e trenta per cinquanta, luccicante e assai geniale. C’erano quattro panchine di rete metallica inox, il rifugio di pendolari assonnati che rimanevano seduti in bilico a godersele. Ai piedi dell’ultima panca, sdraiato per terra dormiva un vecchio con la barba. La particolarità dei sedili era il piano inclinato. Due passeggeri in attesa discorrevano e ridevano nell’indicare l’aggeggio. Mi avvicinai alquanto incuriosito.
Il più anziano ne esaltava le proprietà innovative:
«Era ora! ’na cosa fenomenale!».
«Cioè?» domandai.
«Basta guardare, no?» sbottò.
Il sospetto diventò certezza quando vidi l’altro sedersi senza tenersi con i piedi incollato al pavimento. Finì con le chiappe per terra soddisfatto per il perfetto funzionamento.
«Avete visto?» si pulì il dietro dei pantaloni.
«Che cosa?» finsi.
Non pago si sdraiò a fatica sulla panca e cadde con la schiena. Doveva avere le ossa maledettamente dello stesso materiale inox perché non avvertì il minimo dolore.
«Ci voleva tanto a capire? Mo hanno finito di sbafare» intervenne l’altro quasi minaccioso.
«Volete dire i barboni» feci interrogativo.
«Certo, cazzo! Hanno inventato queste moderne panchine, mi dite ora come si potranno coricare?» ridacchiò l’altro spalancando la bocca sdentata.
Un bel modo di celebrare il crollo del Muro antiuomo con le panchine antibarbone!
Dal capannello che si era formato uno con la tuta da lavoro si lamentò:
«Solo che dovrebbero fare i marciapiedi del metrò chiodati» fece cenno con la testa a quello coricato per terra davanti alla sua ex dimora.

Maurizio Zanardi, filosofo ed editore

Maurizio Zanardi, filosofo ed editore - Associazione culturale Hde
L’89 non smette di tormentarmi. Lo fa con un doppio imperativo, che non lascia riposare: distruggi! inventa! L’intimazione è quella di portare a compimento il crollo, di accrescere il cumulo delle rovine di ciò che è bene distruggere – le rovine reclamano rovine – ma anche di sedersi sulle macerie, guardarsi intorno alla ricerca di chi non si sottrae all’opera di demolizione e sia perciò disposto a inventare forme, formule e operazioni che non nascondano il crollo. Il compito, infatti, non può essere eseguito che da più d’uno.
Forse, il doppio imperativo, che ti viene a inquietare proprio quando pensi di essere soddisfatto di una demolizione o di una forma-formula chissà come trovata, non è che l’articolarsi di un unico infessibile interrogativo: che fai di fronte al crollo?
L’89 ha cominciato a tormentarmi ancora prima di accadere. Non è un caso che mi sia capitato di partecipare nel 1987 alla fondazione di un casa editrice a Napoli. Qualcosa in noi tre, che da un notaio davamo vita all’atto di costituzione di «Cronopio», stava rispondendo con l’inaugurazione di uno spazio di scrittura ancora bianco – spazio vuoto battezzato con il nome di un animale fantastico eccessivo (il cronopio di Cortazar), capace di gesti lussuosi, per nulla domestici – al decomporsi dell’ordine mondiale. L’89 produceva, ancor prima di accadere, un piccolo effetto locale di cui ero, con altri, soggetto e ‘conseguenza’.  
C’era stato un episodio che mi aveva spinto a proporre la nascita di un nuova casa editrice. Lo racconto perché penso che sia indicativo, così almeno voglio interpretarlo a distanza di più di vent’anni, di quella decadenza della sinistra che da allora non hai mai smesso di arrestarsi. Colpito dai segni del tempo, in particolare dalla rovina dell’Urss e dalle decisioni di Gorbaciov, avevo inviato, grazie alla mediazione di un amico, un articolo all’“Unità” in cui immaginavo gli effetti di ciò che stava accadendo. Con l’ardire della gioventù, con una prosa troppo carica, credo, di toni profetici – non ho mai più recuperato quello scritto, per cui la mia memoria è vaga e molto tendenziosa (ma non è così ogni memoria?) –, segnalavo che l’ordine psico-politico mondiale ‘tenuto’ dalla guerra fredda sarebbe stato di lì a poco devastato in profondità, con effetti inimmaginabili anche sul modo abituale di praticare e pensare la politica in Italia. Seppi, da chi aveva proposto il mio articolo al giornale, che quanto avevo scritto non era stato considerato “attuale”. Credo che anche il mio mediatore si riconoscesse in quel giudizio…
Offrire uno spazio alla scrittura del disastro e ricominciare a pensare, la politica innanzitutto, a partire dalle macerie era un progetto oltremodo ambizioso, specialmente per chi non aveva nessun’esperienza nel campo editoriale, che è potuto venire alla luce solo grazie al fulmineo fare spazio di quegli anni, quando il rivelarsi dell’inconsistenza dell’ordine mondiale aguzzava, in chi era disposto a lasciarsi colpire dalle rovine, i sensi e l’ingegno. In certi momenti si acquistano delle capacità che neanche s’immagina di avere. Non è che realizzi finalmente le tue segrete, inconsce o implicite aspirazioni. Forse, all’opposto, rompi con te stesso in nome di quella riserva d’indeterminata infinità che porti inavvertita con te e che un avvenimento ti rivela d’improvviso. È la “fortuna” a inventare la tua “virtù”; non la virtù a cogliere la fortuna.
Il primo libro lo pubblicammo nel 1990. La caduta del Muro ci aveva obbligato a interrompere la lunga la ruminazione di ipotesi di pubblicazioni. Il primo titolo indicava di una chiara assunzione di responsabilità e lo spazio di una ricerca: Dopo il comunismo.
L’89 continua a tormentarmi. Fu un avvenimento, certo. Ma quell’avvenimento non ha ancora trovato il suo evento politico. Avvenimento sì, ma senza evento.
L’89 ha fatto morire il già morto. Ha dichiarato la morte del morto, il comunismo di Stato, e così reso possibile il frantumarsi delle illusioni e fantasie che bloccavano l’agire e il pensiero di chi non aveva ancora preso le distanze da quell’esperienza. La gioia che ne veniva non era che l’affetto della catastrofe che spalancava lo spazio. Eppure, nessuna invenzione politica ha corrisposto a un tale spalancarsi.
Non tutto ciò che andava distrutto è stato demolito. Si è creduto, con mediocri opinioni senza pensiero, che la crisi non fosse generale, che la caduta del Muro dimostrasse la bontà o il male minore delle forme di governo apparentemente non toccate dal crollo. Si è decretato il tramonto dell’azione collettiva a favore delle ragioni di un “individuo” contratto nelle funzioni di imprenditore di se stesso, consumatore, elettore. L’infinito rivelato dal crollo è rimasto senza risposta.
La caduta del Muro continua impassibile ad attendere che la politica ricominci dalle rovine. Tra le rovine riecheggiano le voci senza tempo delle possibilità che avemmo e non sperimentammo: le non morte possibilità.

Antonella Cilento, scrittrice

Antonella Cilento, scrittrice - Associazione culturale Hde
Era il primo giorno di corso all’università. Iniziava tutto tardi, quell’anno. Il 1989 era stato l’anno del diploma e dell’iscrizione all’università, di delusioni e di attese infinite.  Il corso di latino medievale era alle otto del mattino. Per arrivare in facoltà bisognava attraversare tutta Napoli e, come avrebbero confermato i mesi a venire, arrivavano prima gli studenti della provincia di noi cittadini. Troppo traffico, troppi semafori, troppi muri umani da superare. Chi arrivava alla Stazione Centrale faceva, in realtà, meno strada di noi che in città pure abitavamo.
Il 9 novembre il corso di latino era convocato in un’aula vecchissima, con banchi di legno alti e punitivi. Il tempo era brutto e tutti noi avevamo fame, sonno, paura. Che nessuno ci chiedesse il significato di una parola alto medievale! Non avremmo mai saputo rispondere. Il mio vicino di banco dormiva. Il professore, un tizio alto e con gli occhiali scuri, un braccio offeso, ci guardò assai male.
Uscimmo dall’aula confusi, come se al liceo non avessimo mai studiato. In strada le provinciali correvano verso le case in affitto su alti tacchi rossi, i seni abbondanti. Più tardi incrociai un’amica biondissima e chiacchierina che mi trascinò a una lezione di letteratura teatrale.
Era meglio di quella del mattino, ma la cosa importante fu che, uscendo, ci fermammo ad ascoltare  per le scale un ragazzo che raccontava favole. Mi sembrò carino e mi aggiustò la giornata.
Il muro sarebbe caduto a momenti.
Cadeva nel giorno in cui, più tardi, avrei rivisto il ragazzo incrociato sul pianerottolo della facoltà, avrei preso con lui un autobus e scoperto che andavamo insieme ad un corso di teatro, o giù di lì.
In realtà andavamo, senza saperlo, in un centro di terapia intitolato all’allievo di Jung più estroso, Wilhelm Reich. E a tenere l’incontro, che noi credevamo di teatro, c’era un tale, un signore di nome  Arnold Keyserling.
La lingua tedesca era entrata nella mia vita: si parlava di enneagramma, di esoterismo.
Più tardi con il ragazzo carino e l’amica bionda chiacchierina avremmo sperimentato una rappresentazione. Si metteva in scena, guarda un po’, il testo di un autore tedesco: “Favola d’amore” di Hermann Hesse.  La prima improvvisazione teatrale della nostra vita (o per lo meno della mia, più inesperta di altri all’esistenza, vissuta fino ai diciott’anni solo di libri e melanconie) coincideva con la caduta del muro di Berlino.
Un televisore ci mostrò le immagini dei pezzi di muro sottratti, la gioia dello scavalcamento degli studenti che avevano la nostra età ma tanto più dolore dentro.
I più vecchi intorno a noi erano commossi. Noi avevamo gli occhi lucidi per la Storia che guardavamo succedere, ma soprattutto perché la Storia, almeno allora, almeno quella volta nella nostra vita, s’intrecciava con noi. Per la nostra generazione sarebbe stata forse la prima e l’ultima occasione.
Cadeva il muro della nostra adolescenza, iniziavamo la vita vera: con il ragazzo carino avrei vissuto tutti gli anni a venire, con la ragazza bionda invece ci saremmo perse un po’ di vista, ma mai dimenticate. Con il teatro l’incontro sarebbe durato.
Cadevano i muri nel novembre dell’ 89. Iniziava una nuova epoca, che era anche nostra.

Eleonora Puntillo, giornalista

Eleonora Puntillo, giornalista - Associazione culturale Hde
“Ci portavano in autobus a fare lunghi giri, con soste nelle zone monumentali, e in una piazza vedemmo tante fiammelle, sul selciato c’erano migliaia di piccole candele, lumini come quelli che usano accendere in un bicchiere di vetro nei loro ristoranti  quando si cena. Chiedemmo alla guida che cosa fossero quelle piccole luci, disse di non saperlo, e l’autista si allontananò rapido dalla piazza”: Maurizio Valenzi già senatore del Partito comunista italiano, sindaco di Napoli, parlamentare europeo (scomparso poco prima del suo centesimo compleanno il 23 giugno 2009), mi raccontò così quel che aveva visto a Lipsia nell’ottobre del 1989. Lui faceva parte di una delegazione in visita alla Repubblica Democratica Tedesca, pochi giorni di incontri molto formali come del resto da sempre accadeva con i compagni tedeschi. Musei e monumenti in abbondanza, visite alle fabbriche, reticenze totali su argomenti come la “perestroika” e la “glasnost” di Gorbaciov, e poi una gran fretta, come se volessero di liberarsi degli ospiti italiani perché stava accadendo qualcosa da non far vedere e sapere. “Un mese dopo, vedendo in televisione la folla che scavalcava e distruggeva il muro, mi sono ricordato di aver visto quelle fiammelle a Lipsia e ho capito che era una suggestiva manifestazione della protesta”. Ed era la proiezione (sullo schermo Tv) di “Goodbye Lenin” intelligente e divertente film non a caso prodotto da cineasti dell’Est, a suscitare nel vecchio militante molto divertimento e quel ricordo.
Aver visto per alcuni anni Berlino con il Muro fa ricordare a chi scrive una città Ovest stranamente tranquilla, stranamente abitata da una malinconica popolazione anziana e un esercito di giovani dediti a vestirsi pettinarsi dipingersi nei modi più insoliti e divertenti, protagonisti di vittoriose battaglie ecologiste, di associazionismo produttivo alternativo, di occupazioni di case, nonché di una vivacissima produzione artistica che lascia il segno anche sulla scena cittadina con giganteschi e spesso ironici murales. La visita all’altra città oltre il Muro riservava invece, nelle vetrine dei negozi, la suggestione del tempo fermo agli anni duri e modesti del nostro dopoguerra, il fascino dei monumenti museali, e l’irritazione per le illogiche procedure d’ingresso e di uscita, le lunghe attese nelle camere confinarie perché il gruppo si facesse più numeroso e le porte si potessero aprire meno di frequente. E, in chi scrive, il ricordo del rischio allegramente affrontato col capovolgere i numerosi cartelli con astrusi e imperiosi ordini di comportamento.   
Aver visto Berlino anche all’indomani della Wende suscita il ricordo di una folla fra l’attonito e il sorpreso sui marciapiedi delle vie del lusso, le imprecazioni del tassista per gli ingorghi in strade percorribili prima in soli “fuenf Minuten…!”, le facce diffidenti nei quartieri Est di fronte alle frotte di visitatori che addirittura indicavano e contavano sui muri dei palazzi i buchi delle mitragliate sopravvissuti dal 1945.    

Johanna Wand, Goethe-Institut

Johanna Wand, Goethe-Institut - Associazione culturale Hde
Avevo tredici anni quando caddero il muro e i confini. All’epoca vivevo nella DDR e il 9 novembre 1989 ero nella mia città natale, Breitenworbis, situata nella parte nordoccidentale della Turingia, a venti chilometri dal confine tra la Germania est e la Germania ovest.
Trascorsi il tardo pomeriggio del 9 novembre 1989 con i miei genitori e mia sorella davanti alla televisione. La famosa conferenza stampa mi è rimasta ben impressa nella memoria: probabilmente perché provocò nei miei genitori, nati entrambi nel 1952, reazioni emotive mai viste fino ad allora. Mia madre affondò il viso singhiozzando in un cuscino del divano.
Io e mia sorella non ci rendevamo certo conto del significato politico di quel momento, credo che fossimo solo turbati alla vista dei nostri genitori.
L’intervallo tra la conferenza stampa e la messa in atto della libertà di viaggiare appena proclamata durò per molti solo qualche minuto. Io dovetti pazientare ancora un pò.
L’indomani cominciò per me come un giorno davvero qualunque, con la scuola. Ma in classe eravamo in pochi e durante la mattinata diventammo sempre meno. Ogni tanto la porta dell’aula si spalancava: madri agitate si precipitavano dentro per afferrare e tirarsi dietro i figli dicendo: “Vieni, andiamo all’ovest!”. Alla ricreazione dopo la seconda ora eravamo rimasti appena in quattro, perciò il resto della giornata fu dichiarato vacanza. Arrivato a casa chiesi a mio padre, accennando ai compagni che erano già in viaggio, quando saremmo partiti finalmente per l’ovest, ma si limitò a promettermi un generico più tardi.
Poi quel giorno, e il giorno seguente, fui testimone di un fatto singolare. A questo proposito devo spiegare che Breitenworbis è tagliato in due da una delle storiche vie di comunicazione tra est e ovest che non aveva perduto la sua importanza neppure durante la divisione della Germania, sebbene fosse meno trafficata. Ma le cose stavano per cambiare. Il numero di coloro che “volevano andarsene finalmente all’ovest” saliva di ora in ora.
L’11 novembre il traffico era già bloccato dal valico di frontiera di Teistungen fino a Breitenworbis e molto oltre. Le automobili incolonnate, una fila lunga 30 chilometri (nessuno ne aveva mai viste tante tutte insieme), erano quasi sempre ferme. Talvolta avanzavano di qualche metro. Breitenworbis era ricoperta da una coltre di caligine azzurrina. Con quel freddo pungente la gente nelle auto - a volte interi gruppi familiari - si infagottava nei cappotti e si rannicchiava sotto le coperte. Nella casa parrocchiale furono messe a disposizione le toilette e allestite zone fasciatoio di fortuna. Dopo la processione di San Martino cominciammo a distribuire tè caldo e i nostri cornetti alle persone in attesa. La mia sorellina, che aveva cinque anni meno di me, precorse i tempi ricavando da quella situazione i primi profitti: si mise a vendere alla gente incolonnata fette di pane imburrato a 50 Pfennig il pezzo.